I maialini tatuati «ad arte» provocazione di Win Delvoye

Fino al 30 giugno in mostra gli ultimi lavori realizzati dal maestro belga

Francesca Amé

Ecco a voi i maiali: sono arrivati a Milano Katharina e Christopher, Robert, Sabine, Karen, Gianni e Margareta, rosei maialini tatuati «ad arte» per la nuova esposizione di Wim Delvoye. Teniamo a freno gli animalisti: il noto artista belga - che a stranezze di questo genere è abituato - precisa che i «suoi» maiali sono stati sottratti a macellazione certa. Invece di finire sulle nostre tavole, dopo essere morti di morte naturale ed essere stati dovutamente imbalsamati, ora fanno bella mostra di sé con tatuaggi presi in prestito da teen-ager rockettari.
Si è offerta per l'ennesima performance-spettacolo dell’artista fiammingo, classe 1965, la galleria Corsoveneziaotto (sino al 30 giugno, dal lunedì al venerdì dalle 10 alle 13 e dalle 15.30 alle 19.30, il sabato su appuntamento) con una mostra dal titolo «Et voilà les cochons», che non lascia troppo spazio all'immaginazione e che non passerà inosservata. I critici hanno cominciato a notare questo enfant terrible dell'arte contemporanea ai primi anni Novanta, grazie alla mostra itinerante «Post Human» curata da Jeffrey Deitch che passò anche per il Castello di Rivoli di Torino: il belga, e con lui altri artisti come Koons, si concentrava su una nuova concezione del corpo e studiava il rapporto tra estetica e tecnologia. Da allora Delvoye ha fatto di tutto, come ricorda Maurizio Sciaccaluga nel catalogo redatto per questa personale milanese. Ha tatuato polli e maiali, truccato vecchie bombole per il gas da preziose ceramiche di Delft, disegnato finte mappe geografiche con continenti dalle improbabili forme, ha ritratto fondoschiena a forma di labbra e soprattutto impiegato anni a realizzare - per poi esibire nel 2002 al New Museum of Contemporary Art di New York - la «Cloaca», enorme riproduzione tecnologica dei processi che compie il nostro intestino per defecare. Un omaggio alla «Merda d'artista» del lombardo Piero Manzoni, si disse. Sciaccaluga parla di «un uomo in fuga dall'ordinario e dallo scontato», di un Pinocchio abituato a prendere in giro, causticamente, la società di cui è frutto. Lo definisce un ribelle, cosciente e consapevole, che rifiuta le regole e mente per scardinarle. A noi viene il sospetto che per lui e per quelli come lui (Cattelan, Hirst, Sachs: tutti, si badi bene, posizionati ai vertici delle quotazioni di mercato) la provocazione sia un'arte. Questi suini imbalsamati o scuoiati, ora tatuati ora «marchiati» con alcune delle griffe del momento, saranno anche la denuncia di una società che ha perso il suo rapporto con la natura, che - come nel maiale - non vuol buttare via niente e che riduce tutto a immagine.
Ma l'arte contemporanea imparerà mai a reggersi senza le stampelle della provocazione ad ogni costo?