I manager italiani non leggono: "Molto meglio internet"

La classe dirigente legge poco e si aggiorna ancora meno. Il Paese scivola al terz’ultimo posto in Europa, peggio di noi solo Bulgaria e Grecia. Il futuro dell’editoria è nelle mani delle donne, sempre di più nei ruoli &quot;che contano&quot;<br />

aa nostra classe dirigente legge poco, si informa ancora meno, però si vanta di conoscere internet come le proprie tasche. Così l’Italia scivola al terz’ultimo posto in Europa per attività di formazione dei dipendenti e degli stessi manager. Il dato emerge dall’appuntamento romano di «Più libri più liberi», la fiera della piccola e media editoria organizzata dall’Associazione Italiana Editori (Aie).

Maestri nel navigare In base alle elaborazioni delle statistiche dell’Ufficio studi dell’Aie, oltre il 40 per cento dei dirigenti italiani, imprenditori, liberi professionisti e quadri direzionali non legge un solo libro all’anno nel tempo libero. Si direbbe che ciò è dovuto al fatto che di tempo libero ne hanno davvero poco, ma la realtà è un’altra. Non va certo meglio dal punto di vista dell’aggiornamento professionale, diminuito di oltre quindici punti percentuali rispetto a sei anni fa. Intanto solo un dirigente su tre partecipa a corsi di formazione. I colletti bianchi preferiscono navigare nella Rete: nel 56% dei casi dirigenti, liberi professionisti, imprenditori hanno fatto ricerche di materiali on line nell’ambito del corso che stavano frequentando e nel 43 per cento hanno cercato notizie o approfondimenti attraverso internet.

Gli effetti collaterali della Rete «Un processo - spiega il responsabile dell’Ufficio studi Aie, Giovanni Peresson - che se da un lato pone agli editori la necessità di sviluppare prodotti editoriali per la formazione, dall’altra si trova sotto la minaccia del mancato rispetto del diritto d’autore, che erode alle case editrici quote importanti di fatturato». Se i capi non i libri non li sfogliano nemmeno, lo «stato di salute» delle aziende non può giovarne. Mettendo a confronto i numeri nell’Europa a 27, l’Italia si colloca in coda alla classifica, davanti soltanto a Bulgaria e Grecia in fatto di imprese che hanno svolto attività di formazione. E solo un occupato su dieci partecipa ad attività formative.

Il futuro in rosa In un quadro piuttosto desolante, la nota positiva per il mondo dell’editoria viene dalle quote rosa. Le donne innanzitutto leggono di più: in base agli ultimi dati Istat la metà di loro dichiara di leggere almeno un testo all’anno contro il 37,7 per cento degli uomini. E ciò è ancora più vero nelle fasce giovanili, tra i 18enni e i 19enni, per cui è addirittura il 68,1 per cento delle ragazze che dichiara di leggere contro il 40,4 dei ragazzi, con un gap che supera quindi i 27 punti di differenza. Le donne, difatti, con i libri amano anche lavorarci. L’occupazione femminile in editoria nei ruoli direttivi è cresciuta del 31 per cento in 17 anni, dal 1991 al 2008; e addirittura più che raddoppiato (+119%) nel ruolo di amministratore delegato. Oggi ormai più di una su tre occupa un posto direttivo nelle case editrici (grandi, piccole o medie che siano). Nel segmento della piccola e media editoria inoltre le donne ricoprono il 46% delle funzioni dirigenziali o direttive (in particolare: amministratore delegato, presidente, responsabile editoriale, ufficio stampa). Per un raffronto interessante, basta far notare che nelle medie e piccole imprese extra-editoriali la quota dei ruoli dirigenziali coperti da donne non raggiunge il 7% (dati Federmanager). Questo senza considerare tutta la serie delle attività redazionali ed editoriali che si svolgono in una casa editrice-tipo.