I manager italiani sgobbano come cinesi

da Milano

La sveglia suona all'alba. Si parte. Doccia, caffè, cravatta e poi via. La giornata inizia con uno sguardo veloce al televideo, le notizie prima di tutto, e poi un’occhiata alla posta elettronica. Le prime telefonate in macchina, per non perdere tempo.
Il ritmo per l'80 per cento dei manager italiani è così: frenetico. Sempre. Come giocolieri si destreggiano tra mille appuntamenti, incastrano abilmente impegni e cene di lavoro, arrivano puntuali a riunioni e convegni. Non esistono nè sabati nè festivi. Si lavora comunque. Magari da casa, o sotto l'ombrellone, mentre con una mano si fa un cenno per azzittire il figlio che schiamazza e con l'altra si tiene stretto all'orecchio un cellulare che non smette di squillare. Secondo una ricerca realizzata a maggio su un campione di 109 direttori del personale di aziende medio grandi da Gidp/Hrda (Gruppo Intersettoriale Direttori del Personale aziende che hanno più di 250 addetti), «L'impegno manageriale», il 79,82 per cento di loro lavora dalle nove alle undici ore. Come in India, in Cina o in Giappone. E non importa se tutti o quasi, l'87,16 per cento sanno,che all'estero si lavora meno perché - dicono loro - al di là delle Alpi l'organizzazione del lavoro è senza sbavature, le riunioni non durano pomeriggi interi e il caos è controllato. Non importa, perché la maggior parte di loro (il 62,39 per cento) lo fa spontaneamente, perché gli piace o perché c'è semplicemente molto, molto lavoro da sbrigare. C'è poi un 24,77 che lavora perché si identifica con l'azienda. Sono i giapponesi d'Italia, quelli con il senso della patria, della squadra e della bandiera.
Insomma, i nostri manager, convinti di quello che fanno, si rimboccano le maniche e vanno avanti. Anche se malati, incuranti del dolore - così dichiara il 40,36 per cento di loro - si presentano in ufficio. Secondo la ricerca oltre la metà di loro lavora di sabato, esce di casa e va in azienda, disinvoltamente. Il 26,61%, sempre nell'arco di dieci anni, lo ha fatto qualche volta, dai cinque ai nove sabati, cui si aggiunge un altro 32,11 di manager che si è sacrificato quasi venti sabati. Tale fetta di lavoratori gentili è però superata in zelo da quasi un 18% di altri instancabili, che ha dedicato all'impegno professionale dalle trenta alle quarantanove di queste giornate. Sono i forzati del week end.
Il lavoro diventa così quasi un’etica, uno stile di vita, qualche volta una droga. Ma è anche l'orgoglio di chi ha scommesso su se stesso, su una vita senza paracadute, sul rischio, sulla voglia di arrivare, sull'ambizione, ma anche sul coraggio e sulla fatica. Ed è anche la risposta a certi luoghi comuni, l'italiano furbo e scansafatiche. Si viaggia, invece, a ritmi orientali. E a casa? Moglie e figli? Un successo anche nel privato. Oltre la metà di loro, il 65,14 per cento, dice di trovare grande sostegno e comprensione in famiglia. Nessuna o quasi lamentela quindi se durante il fine settimana papà arriva tardi a pranzo, o arriva solo la domenica al mare. Qui l'etica del lavoro viene riaffermata a pieno rigore, tanto da diventare un vero e proprio insegnamento da trasmettere ai figli. Il 71,56 per cento spera di essere un esempio per i figli e vorrebbe che questi figli lavorassero con la stessa dedizione e lo stesso orgoglio.
«È anzitutto l'amore per la professione e il proprio ruolo a dare lo sprint maggiore», dice Paolo Citterio Presidente e fondatore dell’Associazione Direttori Risorse Umane Gidp/Hrda. «Il direttore delle Risorse Umane - continua Citterio - è una figura con un impegno forte di tempo e presenza ed è, sì strategico per la gestione del capitale umano, ma lo è anche come consulente per la produttività dell'azienda e per il suo business, come un “parafulmine“ o un pompiere, dobbiamo sempre esserci nei momenti topici». Unica eccezione alla sindrome da scrivania permanente sembra essere il giorno di Natale: l'88,07 per cento dichiara di non aver mai lavorato. Il vestito da Babbo Natale alla mamma non dona per niente.