«Con i manifesti ringrazio il mio quartiere: la gente di qui m’ha salvato dalla violenza»

L’iniziativa di una ragazza milanese sfuggita a un’aggressione in strada: «Ho gridato e per fortuna mi hanno aiutato»

da Milano

«Sono la ragazza che è stata aggredita tra la notte di giovedì e venerdì. Vorrei ringraziare il mio quartiere che ha risposto alla mia richiesta di aiuto. Senza tutti voi, non so come sarebbe finita». Poche righe battute a macchina, parole semplici fotocopiate e appese ai muri: per ringraziare la gente che una volta tanto non si è girata dall'altra parte, non ha alzato il volume della tele per non sentire le urla d’aiuto. Ma anche per denunciare la paura in cui vive un quartiere di Milano dove le aggressioni si susseguono, e dove un cantiere senza fine ha trasformato una strada in una trincea dove la paura è di casa.
Il quartiere è l’Isola, tra il centro e la periferia, vecchio quartiere popolare investito dal vento delle trasformazioni. Qui C. abita, e qui è stata aggredita mentre tornava a casa. Il suo biglietto di ringraziamento apparso l’altro giorno - attaccato con lo scotch a pali della luce, angoli di strada, paline del tram - ieri era sulla bocca di tutti. E insieme al biglietto di C. girava la speranza che la sua denuncia serva a qualcosa.
C. ha ventidue anni, è figlia di un professore universitario, e all’Isola ci abita da quando era una bambina. «E non ho mai avuto paura una sola volta - racconta - neanche quando a quindici anni tornavo a casa in motorino a mezzanotte passata». Invece adesso? «Invece adesso è cambiato tutto. A me è andata bene, molto bene, e mi è rimasta addosso solo una gran paura. Ma poteva andare molto peggio. E come è toccato a me poteva toccare a qualunque altra ragazza, basta andare ai giardinetti e sentire i racconti. Ne accadono in continuazione».
A far montare la rabbia all’Isola è il cantiere per la linea 5 del metrò. Un’opera necessaria, che Milano attende da anni. Ma che ha tagliato in due l’Isola. Via Volturno, la strada che è l’asse del quartiere, è diventata un cantiere a cielo aperto che riduce la strada a due budelli tra le pareti delle case e la rete di cinta del cantiere. Per andare a casa bisogna passare da lì. Ma cosa accade lì dentro non lo vede nessuno e non lo sa nessuno.
«Erano le undici e mezza di sera - racconta la ragazza - e stavo tornando a casa quando me lo sono trovato davanti, lì dove la strada si stringe. Era scuro in volto, con l’accento dell’America Latina. Mi ha detto: dammi la borsa se no ti faccio male. Io gli ho risposto: se ti avvicini urlo. Lui se n’è fregato, mi ha messo le mani addosso e mi ha scaraventato a terra. A quel punto io ho reagito, sono riuscita a dargli un calcio e a rimettermi in piedi, dopodiché ho iniziato a strillare con tutte le mie forze. Il vicinato ha sentito, ho visto le finestre iniziare ad accendersi, la gente che si affacciava. Gli gridavano: vattene, abbiamo chiamato i carabinieri, vai via. A quel punto lui se l’è data a gambe e io sono salita in casa. Tremavo come una foglia. In pochi minuti sono arrivate cinque gazzelle dei carabinieri, mi hanno messo in collegamento radio, io ho dato la descrizione. Nel giro di mezz’ora lo hanno preso, mi hanno portato a riconoscerlo. Era lui».
Parlando con C. si sente che il marchio di quella notte le è rimasto addosso, nella carne, e chissà quando le passerà. Ma si sente anche l’orgoglio per «il mio Quartiere», con la maiuscola, che ha reagito. E se le chiedi perché ha voluto attaccare quel biglietto ai pali, risponde semplice: «Perché ormai i cittadini devono aiutarsi come possono. È l’unica speranza che ci resta».