I marines italiani nelle roccheforti di Hezbollah

La nostra avanguardia sta montando il campo base

Fausto Biloslavo

da Deir Kifa (Libano)

In maglietta a maniche corte, sotto il sole a picco del Libano meridionale, i marines italiani sbarcati sabato tirano delle funi per innalzare l’ennesima tenda da campo che si gonfia pian piano grazie ad una pompa ad aria compressa. Anche le donne soldato sudano e mostrano i muscoli per tirare su la mensa, come il caporal maggiore Oriana Mazza, della provincia di Bari, alla sua prima missione all’estero, arruolata nei lagunari appena lo scorso anno. «Sono addetta alle comunicazioni radio in un mezzo cingolato anfibio e vi assicuro che non ci sono sconti per nessuno, uomini e donne» fa notare la ragazza di 21 anni, con i capelli raccolti dietro la nuca, sbarcata ieri da un elicottero sulla spiaggia di Tiro. I sikh, con il turbante blu, che fanno parte del battaglione indiano della vecchia missione Unifil girano indaffarati per dare una mano ai nuovi arrivati, che stanno allestendo un campo avanzato a Deir Kifa, una trentina di chilometri dalla costa. Ieri sera era previsto l’arrivo di tutta l’avanguardia italiana di oltre 800 uomini, compreso il comandante, l’ammiraglio Claudio Confessore, veterano del Libano, che arriverà nella base Onu dopo che l’ultimo mezzo sarà sbarcato.
Lagunari e fanti del mare si sono sistemati alla meno peggio su due colline contrapposte dove i campi dell’Unifil 9-1 e 9-10 erano mezzi sguarniti, a parte un manipolo di caschi blu indiani e ghanesi. In un attimo di pausa gli uomini della terza compagnia Tien Tsin, del Reggimento San Marco, stanno consumando un pasto frugale a base di razioni da combattimento. Il nome dell’unità deriva da una missione in Cina del San Marco all’inizio del secolo. Tutti giovani sui trent’anni i fanti del mare hanno avuto il battesimo del fuoco a Nassirya, durante la battaglia dei ponti, contro gli estremisti sciiti di Moqtada Sadr, il piccolo Khomeini iracheno. «Non penso che gli sciiti siano tutti uguali. Inoltre in Libano portiamo il basco blu dell’Onu e durante il tragitto da Tiro, per arrivare fino alla base, la gente ci ha accolto calorosamente con applausi e lanci di riso» spiega il sergente Salvatore Carlino, 29 anni, calabrese.
In ogni caso gli italiani stanno montando le tende nel cuore del sud sciita, dove si è combattuto duramente e agli angoli delle strade campeggiano le bandiere gialle di Hezbollah, con il kalashnikov stilizzato sullo sfondo. «Eravamo preparati a questa scenografia ed abbiamo già vissuto una situazione simile con le bandiere e i simboli dell’Uck (i guerriglieri albanesi, nda) in Kosovo» sottolinea il tenente di vascello Vittorio Parrella, un armadio di soldato con i baffi alla Gengis Khan. Durante lo sbarco sulle spiagge libanesi in diretta tv, non c’erano solo giornalisti ma pure qualche fotografo e cameraman che in realtà monitorava l’arrivo degli italiani e scattava immagini dei mezzi per conto di possibili forze ostili. Inoltre le autorità libanesi hanno preferito far percorrere agli italiani un percorso più lungo, rispetto a quello normale, affinché passassero più villaggi sciiti possibili e la gente si rendesse conto che i caschi blu affluiscono in forze e pacificamente.
Entro ieri sera era previsto l’arrivo non solo degli 800 uomini della task force anfibia, ma di ben 150 mezzi, che per una decina di giorni rimarranno nella base avanzata di Deir Kifa, fino a quando il comando del contingente non si sposterà a Maraka, al centro del settore italiano, il quale si estenderà fino a 5-6 chilometri dalla linea blu che divide il Libano da Israele.
Nonostante gli hezbollah siano invisibili, a parte qualche macchina scura che sfreccia a tutta velocità passando senza alcun controllo ai posti di blocco dell’esercito libanese, «emissari» dell’ambasciata italiana hanno cominciato a stringere contatti con le autorità locali, per evitare guai al contingente. L’incontro è avvenuto ieri mattina con Hussein Alì Rmaiti, il moukhtar di Borj Kalawaj, villaggio ad un passo dal campo base italiano. Si tratta di una specie di prefetto, che però viene eletto dalla popolazione locale. Gli italiani hanno chiesto «consigli» allo scopo di non provocare attriti fra i nostri soldati e la realtà locale.
Inoltre si sono informati sulle distruzioni subite durante i bombardamenti e i combattimenti fra gli hezbollah e gli israeliani, specificando che il contingente è sbarcato per aiutare la popolazione libanese. Quando arriveranno i reparti Cimic, specializzati in ricostruzione e cooperazione, si interverrà sulle scuole distrutte o per riattivare la fornitura d’acqua. I libanesi hanno chiesto anche l’apertura di un ambulatorio oppure un minimo di assistenza sanitaria ai civili nel campo italiano, come avevano già fatto i caschi blu finlandesi in passato. Inoltre sono state chieste informazioni sulla presenza di mine o bombe inesplose, che potrebbero venir bonificate da unità del genio. L’importante è mantenere buoni rapporti, per evitare brutte sorprese.