I martiri decorati dopo 65 anni

Ci sono voluti 64 anni per rendere onore a 12 carabinieri orribilmente seviziati, trucidati e fatti a pezzi dai partigiani del maresciallo Tito. I tagliagole del IX Corpus sloveno che nel 1944 avevano sotto il loro comando la brigata Garibaldi Natisone. Partigiani «rossi» del Nord Est d’Italia che il Quirinale, alla vigilia del 25 Aprile, continua a mettere sullo stesso piano degli altri combattenti della Resistenza. Ma è proprio il presidente Giorgio Napolitano che il 27 marzo ha firmato, senza clamore, l’assegnazione di 12 medaglie d’oro al valore civile ai carabinieri dimenticati. Per mezzo secolo il loro sacrificio era rimasto volutamente celato. Morti di serie B, della parte sbagliata, che facevano solo il loro dovere presidiando una centrale elettrica a Bretto vicino a Tarvisio, provincia di Udine. Non solo: uno dei capi del commando di carnefici, Alojz Hrovat, residente in Slovenia, dopo la guerra ha ricevuto la pensione dall’Inps grazie alle sue gesta partigiane. Solo nel 2000 i vertici militari hanno cominciato a rompere il velo andando a commemorare i 12 carabinieri nei luoghi dell’eccidio. Grazie alla formidabile mobilitazione di Arrigo Varano, presidente dell’Associazione dei carabinieri in congedo di Brescia, il massacro celato è tornato alla luce. «Dopo 64 anni viene finalmente reso onore a queste vittime per troppo tempo dimenticate». Il deputato del Pdl Adriano Paroli, sindaco di Brescia è stato il primo in Parlamento a chiedere che venga riconosciuto il loro sacrificio. «Si è trattato di un atto di bestiale criminalità, non di guerra. Per questo le medaglie d’oro sono un doveroso encomio a quei ragazzi morti per l’Italia» spiega Paroli al Giornale. Il 23 marzo 1944 una banda del IX Corpus sloveno sorprese nel sonno i carabinieri vicino alla cave del Predil. Li costrinse ad una marcia della morte carichi come muli di rifornimenti e munizioni fino all’altopiano di Bala. «Rinchiusi in uno stavolo gli fu preparato per pranzo un pastone, nel quale venne versato sale inglese e soda caustica – ha ricostruito Marco Pirina fondatore del centro di ricerche storiche Silentes Loquimur di Pordenone -. Affamati e stanchi i poveri carabinieri si avventarono sul cibo, ma dopo pochi minuti furono colti dai sintomi di un avvelenamento. Rantolanti per i bruciori della soda caustica e con le bocche piene di bave furono trascinati e condotti nella malga principale». La mattanza di malga Bala, descritta anche negli atti di un’inchiesta del 2001 della procura militare di Padova, è terribile. A tal punto che il magistrato per le indagini preliminari la descrive «come uno dei più gravi crimini di guerra commessi sul territorio italiano». Al maresciallo Dino Perpignano i partigiani conficcarono nel tendine un uncino e lo appesero a testa in giù alle travi del soffitto. Gli altri carabinieri Pasquale Ruggiro, Domenico Del Vecchio, Lino Bertogli, Antonio Ferro, Adelmino Zilio, Fernando Ferretti, Ridolfo Colsi, Pietro Tognazzo, Michele Castellano, Primo Amenici, Attilio Franzan, quasi tutti ventenni, subirono a turno altrettante sevizie. «Con dei picconi cominciarono a colpirli negli occhi, conficcarono le fotografie dei loro cari nel petto, tagliarono i testicoli, levarono gli occhi, finendoli con bastoni e calci – spiega Pirina -. Dopo avere legato i corpi martoriati con filo di ferro, li rotolarono nella neve». Nonostante la gravità del crimine perpetrato su prigionieri inermi la procura di Padova ha dovuto archiviare l’inchiesta, perché le autorità slovene non hanno mai collaborato. Venti torturatori erano stati individuati, alcuni ancora vivi e tranquillamente residenti in Slovenia. Fra questi Alojz Hrovat, pensionato dell’Inps. Uno scandalo che ha favorito migliaia di ex jugoslavi permettendo il cumulo degli anni trascorsi nella lotta partigiana.
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