I media egiziani: «Il Paese è nel mirino di Al Qaida»

Commenti unanimi sui giornali e le tv: siamo attaccati dai terroristi per la nostra politica internazionale

da Milano

L'Egitto si sente nel mirino di Al Qaida. A prescindere dalle scarse, incerte e contraddittorie informazioni fornite dalle autorità sugli attentati di Sharm el Sheikh, l'opinione dei commentatori egiziani è che il più popoloso paese arabo, avviato verso timidissime riforme politiche, amico degli americani, aperto all'Occidente e, tutto sommato, ancora laico, è ormai a tutti gli effetti un nemico per i terroristi.
Paese che ha dato i natali a molti dei leader di Al Qaida, come il medico Ayman al Zawahiri, braccio di destro di Osama Bin Laden, che ha nutrito nelle sue università autori degli attentati dell'11 settembre 2001 come Mohammed Atta, oggi è vittima dei suoi figli. C'è un «crescente consenso» sul fatto che Al Qaida sia implicata negli attentati, costati la vita ad almeno 90 persone, ha detto Mohamed el Sayed Said, vicedirettore del Centro di Studi politici e strategici Al Ahram. Consenso fondato su considerazioni tecniche - i metodi utilizzati, così simili agli attentati di Madrid e Londra - e politiche. Secondo lo studioso, difficilmente questi ultimi attentatori appartengono a gruppi islamici tradizionali egiziani, come la Jihad e la Jamaa islamiya, che non sono attivi nel paese dal 1997.
«Penso che le rivendicazioni di al Qaida siano credibili», ha scritto oggi sul quotidiano governativo Al Ahram, Makram Mohamed Ahmed. «Dopo l'assassinio dell'ambasciatore egiziano in Irak, Ihab el Sherif, e il comunicato che rivendica la sua morte e accusa il regime egiziano di seguire "gli ordini dei crociati" è chiaro che l'Egitto è nel mirino per la sua politica regionale e internazionale». In effetti, Al Qaida considera l'Egitto come «parte integrante della coalizione diretta dagli Stati Uniti».
Hosni Mubarak, che per un quinto mandato presidenziale con ogni probabilità si candiderà alle elezioni di settembre - le prime con più candidati nei 52 anni di storia della repubblica - ha rischiato molto in particolare negli ultimi due anni per elevare il suo regime a mediatore nei principali conflitti dell'area. Ha ospitato ed esortato in ogni modo le trattative tra varie fazioni palestinesi perchè raggiungessero l'accordo su una tregua da concordare con Israele. È intervenuto direttamente nel ritiro di Israele dalla Striscia di Gaza, assicurando 750 soldati che dovrebbero mantenere il controllo dei 14 chilometri di confine con la Striscia. Ha offerto i suoi servigi per trattare con i sunniti iracheni perché arrivino a una qualsivoglia intesa con il governo sciita filoamericano di Baghdad. E le cose per un pò sono andate bene. Ma questa estate non è all'insegna del successo.
A Gaza si è ricominciato a sparare e la tregua è di fatto rotta. E in Irak, Sherif, primo ambasciatore di un paese arabo da quando tutti vennero ritirati per punire Saddam Hussein per l'invasione del Kuwait nel 1991, è stato decapitato da Al Qaida. Con il governo di Bagdad che lo ha accusato di essersela cercata avendo avuto contatti con gli insorti. E, infine, come fa l'Egitto a garantire che non si contrabbandino le armi al confine con Gaza, quando non riesce a fermare i terroristi nell'obiettivo più ovvio di tutto il paese.