I media sdoganano i vizi e l’Italia si scopre guardona

Le note che escono dai palazzi di giustizia lasciano intendere che, su Vallettopoli, il bello deve ancora venire. Se un primo scorcio ha buttato luce su fotografi senza scrupoli e ragazze compiacenti, altri scenari sembrano alquanto più inquietanti. Cocaina servita su piatti d’argento e viziosi giri di soldi per alcove di carne fresca sembrano far da preludio a nuovi botti. Per ora, sul banco degli imputati, la premiata ditta Corona e il mediatore Lele Mora stanno pagando il prezzo ad una ritualità di cui sembrano più i chierichetti che gli officianti in prima.
Direbbe Keynes che il mercato fa incontrare domanda ed offerta. Più cresce la prima, più lievita il prezzo. Prendere o lasciare. In questi casi è difficile dire chi è il produttore e chi il consumatore. Sta di fatto che per un ricatto che va in onda, non pochi aspiranti Vip, per un po’ di gossip da rotocalco, sono disposti a metterci la faccia ed anche qualcos’altro. Ancora più in su, il mondo gâté dei portafogli gonfi di denaro acquisito senza fatica, i buontemponi accidiosi, in perenne transumanza tra estetisti di grido, massaggi tonificanti e sfinenti partite a burraco. Gli esperti del perditempo, tonificati da rassicuranti ingaggi, che aiutano a campare con l’unico affanno di divertirsi da morire.
Un mondo che si concede i facili sconti della trasgressione, considerata sempre più innocente, come c’insegna l’inchiesta fatta dalle Iene, alle prese con i politici e le loro tracce di coca sui tamponi mimetizzati. L’Italia guarda a questo mondo e finisce per trovarsi guardona. Sulla scena del tribunale di Potenza sfilano i visi noti e fanno ressa le curiosità appagate di spettatori senza biglietto. Tutti immersi nella tarantella del niente, come in una grande giostra dell’effimero.
Eppure, è proprio nei volteggi di questa moderna goduria che deve tornare a crescere l’indignazione popolare, quella che restituisce ai fatti e alle persone la loro giusta dimensione. O forse, e più semplicemente, spinge al bisogno di un po’ di etica. La Tv va a gara nel riproporci talk show sui vizi capitali. Aristotele li chiamava gli «abiti della morte», oggi ci si vanta di considerarli la frontiera della modernità. Uno stile politicamente corretto, cui attenersi per non apparire bigotti o un po’ retrò. Al massimo gli si concede credito come disturbi della personalità, in perfetto stile freudiano, che si limita a descrivere i fenomeni senza scomodare la responsabilità personale. Un po’ poco per un Paese in apnea, che ha finito per creare la cultura dei diritti, dimenticandosi di quella dei doveri. Diritto a questo e diritto a quello, come se tutto si equivalesse, senza che nessuno sia più capace di mettere una soglia per dire dei no sonori e salutari. Diritto perfino al disonore, direbbe Dostoevskij. Una vita senza regole, o forse da copione, verso un fare senza orizzonti, spacciato per libertà. Scrive il grande autore russo nel romanzo I demoni: «Il maestro che coi bambini irride al loro Dio è già dei nostri. L’avvocato che difende l’assassino istruito perché, per procacciarsi denaro, non poteva che uccidere, è già dei nostri. Gli scolari che ammazzano una persona per provare emozioni sono dei nostri. I giurati che assolvono i delinquenti, uno dopo l’altro, sono dei nostri. Il pubblico ministero che in tribunale teme di non essere abbastanza liberale è dei nostri. Tra gli amministratori e i letterati, dei nostri ce ne sono molti, e loro spesso non lo sanno». Ovviamente i «nostri» sono i maestri del nulla. Fanno breccia e vanno di moda.
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