Ma i medici si dividono sulle cure obbligatorie

Per gli esperti il nodo resta il consenso del paziente

da Roma

«Mio marito me lo disse chiaramente: non voglio arrivare all’alimentazione artificiale, non voglio sondini. Non si può costringere una persona a mangiare, né se è cosciente né se è incosciente». Mina Welby (moglie di Piergiorgio ammalato di sclerosi e morto lo scorso dicembre dopo il distacco del respiratore artificiale) commenta così l’intervento della Congregazione della dottrina della fede che ribadisce l’obbligatorietà del nutrimento del paziente. La sua è una convinzione maturata attraverso una dolorosa esperienza personale che finisce però per coincidere con quella professionale espressa dal rappresentante della Cgil medici, Massimo Cozza, che giudica inaccettabili le affermazioni del Vaticano. Il medico, dice Cozza «non può e non deve essere obbligato alla nutrizione e alla idratazione artificiale quando c’è un rifiuto consapevole del paziente: siamo di fronte a trattamenti straordinari e non ordinari, come afferma la Congregazione, per i quali il consenso del paziente è fondamentale». Più cauto il presidente della Federazione nazionale degli Ordini dei medici e degli odontoiatri (Fnomceo), Amedeo Bianco che osserva: «Su questi delicatissimi temi le posizioni non sono conciliabili e non esiste una risposta univoca per tutti i camici bianchi».
Anche il mondo della politica interviene sul tema. Si trovano su fronti opposti con opinioni divergenti Ignazio Marino (Ulivo), presidente della Commissione sanità del Senato e Domenico Di Virgilio, responsabile nazionale del dipartimento sanità di Forza Italia. Per Marino «va sostenuto, e sempre considerato, il principio dell’autodeterminazione del paziente nei confronti delle cure e delle terapie a cui intende o meno sottoporsi, come sancito dall’articolo 32 della Costituzione». Al contrario Di Virgilio sostiene che l’interruzione dell’idratazione e della nutrizione artificiale «non ha nulla a che fare con il principio dell’autodeterminazione delle cure cui il malato vuole o non vuole essere sottoposto, sancito dall’articolo 32 della nostra Costituzione, bensì equivale a sottoporre il malato a sofferenze atroci, come affermato anche dal Comitato nazionale per la bioetica».