I medici volevano farla morire: bimba sta meglio e tornerà a casa

L’ospedale inglese dov’ è ricoverata si rifiutava di curarla. Ma Charlotte è migliorata in modo stupefacente

Lorenzo Amuso

da Londra

La piccola Charlotte può tornare a casa, forse addirittura in tempo per trascorrere - per la prima volta dalla sua prematura nascita - il Natale con la sua famiglia. Dopo 23 mesi, penosi e travagliati, condizionati dal rifiuto dell'ospedale dov’è ricoverata, e ratificato dall'Alta Corte di Londra, di prestarle soccorso in caso di nuova crisi respiratoria, le condizioni della bambina sembrano «significativamente migliorate». E ora sono gli stessi medici britannici ad ipotizzare le sue dimissioni nel giro di quattro mesi. Un prodigioso recupero, insperato per gli specialisti.
Quando era nata, nell'ottobre 2003, Charlotte Wyatt pesava meno di mezzo chilo ed era alta meno di 20 cm, «meno di una penna a sfera» avevano scritto i giornali. Prematura di 26 settimane con uno sviluppo fisico di un feto di 19 settimane, il suo cervello aveva presto smesso di crescere, registrando gravi problemi al cuore, ai reni e ai polmoni e con quattro arresti cardiaci nei primi mesi di vita. Alla luce delle disperate condizioni fisiche e cerebrali, i medici del St Mary's Hospital di Portsmouth erano convinti che non avrebbe potuto sopravvivere e avevano chiesto ad un tribunale di poterla lasciare morire. Una decisione drastica e controversa, contro la quale i suoi genitori, Duran e Debbie, avevano intrapreso una lunga battaglia legale. La prima sentenza (luglio 2004) del Giudice Munby aveva però stabilito che i medici non potevano decidere da soli il limite tra la vita e la morte dei pazienti terminali, appellandosi alla presunzione secondo cui un paziente vuole sempre rimanere vivo. La sentenza aveva sostituito il concetto di «qualità di vita» con quello di «intollerabilità», ribadendo l'obbligo dell'ospedale di curare la bimba almeno fino a quando le fosse rimasta la minima speranza di vita.
Un verdetto ribaltato qualche mese più tardi (ottobre 2004), quando il giudice Headley dell'Alta Corte di Londra, dando ragione alla tesi dei sanitari, era giunto alla conclusione che «ulteriori cure aggressive» non fossero «nell'interesse della piccola».
La sentenza di Headley garantiva tre cose: «Tutti i comfort possibili, tanto tempo da trascorrere in presenza ed in contatto con i genitori e incontrare la sua fine tra le braccia amorevoli» di chi le aveva voluto più bene. Nel frattempo però la piccola, tra crisi respiratorie e continui ricoveri d'urgenza in rianimazioni, continuava la sua personale lotta per la sopravvivenza, come «una vera leonessa» agli occhi dei suoi genitori. E il suo caso conquistava le prime pagine dei giornali, aprendo un delicato dibattito etico. Il giudice Hedley, tuttavia, si era detto disposto a rivedere la sentenza in caso di cambiamenti nelle condizioni della piccola. Lo scorso agosto, infine, i genitori, entrambi cristiani ferventi, avevano perso anche l'ultimo round della battaglia legale quando anche i giudici della Corte di Appello, aveva confermato la sentenza. Ora però, quando ormai la situazione sembrava volgere all'inevitabile, la leonessa ha ruggito, tra lo stupore dei medici scettici e l'incontenibile gioia dei suoi genitori. Gli ultimi esami clinici hanno accertato che Charlotte riesce a vedere, sentire e provare sensazioni. Miglioramenti stupefacenti, destinati a riaprire il caso. «Vogliamo solo riportarla a casa il prima possibile - ha dichiarato suo padre Darren -. È nel suo interesse stare con i suoi genitori e fratelli. Se riceverà le giuste cure andrà tutto bene. È sempre stato un nostro sogno trascorre il Natale in sua compagnia, e preghiamo perchè ciò avvenga quest'anno».