I meno uguali

La conferma della condanna di Previti per il filone cosiddetto Ariosto - ribadita l'assoluzione per l'affaire Sme - è l'ennesima pedissequa reiterazione di un rito ambrosiano, che se non avesse ripercussioni tragiche per le persone, sarebbe da iscrivere nel canone aristotelico come specifica scuola drammaturgica, con tanto di canovaccio reiterabile e di maschere fisse.
In perfetta sincronia, da un lato c'è un procuratore in pensione che detta al Parlamento di domani le leggi da fare e da disfare, dall'altro, i procedimenti dallo stesso avviati giungono alle sentenze attese, annunciate, per così dire, già scritte.
In tema di giustizia, va detto, c'è tanta malafede e un'insopportabile strumentalità.
Vige, purtroppo, il binomio amico-nemico, cosicché il richiamo alle garanzie costituzionali ed alla corretta procedura si fa per l'uno, mentre lo si nega all'altro.
Inoltre, domina il corporativismo, che, nel caso della magistratura italiana, ha dato origine ad odiose forme di privilegio, tali da poter parlare di una vera e propria casta.
Non è vero che siamo tutti uguali davanti alla legge, ma gli unici a non possedere le carte in regola per affermarlo sono proprio i magistrati: basta vedere come i togati «in linea» con le correnti vengano perdonati o «puniti» con un buffetto dalla sezione disciplinare del Csm, per comportamenti che fuori da quell'enclave permissiva, familistica ed ipergarantista costerebbero ai comuni mortali dure sanzioni.
È storicamente provato, alla luce degli ultimi vent'anni, partendo dal «caso Tortora», che anche l'adesione ad un'area politica, piuttosto che ad un'altra rende più o meno uguali davanti alla legge.
Cesare Previti sconta sulla sua pelle tutte e due le disuguaglianze succitate: avendo sin dalle origini la fama di «falco» berlusconiano, siffatta etichetta da sola lo ha condannato a priori al ruolo di «meno uguale» e di colpevole per antonomasia all'interno del circo mediatico-giudiziario.
Sul piano strettamente processuale, Previti paga, per giunta, i meccanismi corporativi, in base ai quali non è possibile che giudici milanesi possano mai smentire alla radice i teoremi accusatori intessuti da famosi procuratori e sostituti procuratori di Milano, abituati alle prime pagine e così potenti da poter impunemente impartire ordini all'Esecutivo, al Legislativo, financo alla Presidenza della Repubblica.
Eppure, di motivi strettamente «tecnici» per invalidare i procedimenti scaturiti dalle dichiarazioni dell'Ariosto e dalle intercettazioni al bar «Mandara» ve ne sono a iosa e tutti di inquietante gravità.
Per quante ragioni di nullità siano spuntate fuori via via, la ragione corporativa dice che indietro - sarebbe un disastro implosivo - non si può tornare.
Non ci si tornò, neppure quando la Cassazione, senza trarne, però, le dovute conseguenze, avvertì che in luogo di prove sussistevano solo «mere congetture».
Nessuno ebbe l'onestà intellettuale di informare i cittadini sullo strano caso dell'Ariosto, confidente di polizia sui medesimi temi sin dal febbraio, prima di diventare teste d'accusa nel luglio 1995.
Così, avvenne che il primo gip, chiamato a giudicare la validità dell'impianto accusatorio, ordinasse due custodie cautelari ed incardinasse il procedimento, senza aver neppure ascoltato la registrazione, per modo di dire, del bar Mandara.
Il lettore ha capito bene: il giudice valutò come prova regina un reperto che non venne da lui neppure compulsato. Non la sentì e non ebbe neppure l'impulso di farlo.
Qualcuno provi ad immaginare se il medesimo modus operandi fosse applicato ad una toga rossa, ad un avvocato vicino al gruppo Caracciolo-De Benedetti o ad un parlamentare postcomunista.
Mi fermo qui. A questo punto possiamo solo sperare che la Cassazione dia a Cesare quel che è di Cesare. Senza farsi distrarre dai fumi delle ideologie e dalle logiche corporative.