I mercanti girovaghi che inventarono il commercio globale

«Vanno nelle principali città di Spagna, Fiandra, Olanda, Germania ed Italia, e la maggior parte poi trascorrono continuamente città per città, e villa per villa i detti Paesi e l’Ungheria, Polonia etc. e gran parte dell’Impero russo fino nelle Siberie e in Astracan, ritornando qui ogni tre anni o quattro al più a far le nuove provviste».
Scriveva così nel 1781 un arciprete del Tesino, la valle trentina laterale alla Valsugana, parlando dei suoi fedeli. Partivano, gli uomini di queste terre di confine, in gruppi organizzati gerarchicamente - con i «capicompagnia» e i «servi» - e a piedi, incuranti del variare delle stagioni, delle aride estati di Spagna come delle nevi siberiane, percorrevano migliaia di chilometri. A spalle portavano una cassetta di legno contenente centinaia di immaginette colorate con santi, madonne e Sacre Famiglie. E poi lunari, calendari, tarocchi, soldatini di carta da ritagliare, fogli a stampa con il gioco dell’oca (ma anche i vietatissimi giochi d’azzardo «Biribisse» e «Lotto Reale»), carte da parati, «libri da risma» con la storia sacra, l’abaco e Li Reali di Francia scritto da Andrea da Barberino.
Traversavano pianure senza fine, fendevano la nebbia di valli sconosciute, arrivavano in paesi di cui non capivano la lingua, si fermavano alle fiere e ai mercati, battendo i piedi dal freddo o riparandosi dal solleone sotto un cappellaccio a larghe tese. Bussavano alle porte di isbe e masserie: si affacciavano donne semplici, si intendevano a gesti.
Le donne poi appiccicavano le immagini colorate sopra la porta di casa, sopra il letto: san Valentino che guariva dall’epilessia e proteggeva gli animali domestici, l’arcangelo Michele difensore del popolo, san Martino, protettore dei viandanti, san Cristoforo, protettore delle genti di fiume, san Rocco che proteggeva dalla peste, santa Barbara che difendeva dalle morti improvvise, santa Caterina che aiutava le ragazze a trovare marito. E il Grande Taumaturgo, sant’Antonio da Padova. E il «gatto domestico» e il «cane barbino». Questi mercanti girovaghi erano chiamati Tesini, mentre gli Schiavoni erano gli sloveni veneti di Cividale del Friuli: venditori e commessi viaggiatori di un’Europa senza ferrovie e senza telegrafo, costituirono il primo fenomeno di commercio globale e andarono a formare la grande fortuna editoriale dei Remondini, stampatori in Bassano.
Ai Tesini e agli Schiavoni, e agli stampatori che fornivano loro la fragile merce da vendere - incisa su rame o xilografata, colorata e stampata in migliaia di copie - Bassano dedica ora un nuovo museo, il Museo Remondini (allestito dall’architetto Carmine Abate e diretto da Giuliana Ericani), e una mostra di grande fascino, «I santi dei Remondini», entrambi ospitati nel settecentesco Palazzo Sturm. In questi giorni a ridosso della festività di Ognissanti, chi entra al Museo Remondini, accolto dalla sagoma colorata di un Tesino creato nel 1994 dal grande illustratore Emanuele Luzzati, ha la sensazione viva di che cosa fosse il mondo di quella gente girovaga, avventurosa e tenace, poveri venditori di preghiere, illusioni e sogni.
Straordinari imprenditori, i Remondini. Il capostipite fu Giovanni Antonio, nato a Padova nel 1634 e trasferitosi giovane a Bassano. Benestante e intuitivo, si diede subito da fare per creare una stamperia che potesse sfidare la concorrenza dei grandi stampatori veneziani, dominatori del mercato. Cominciò con lo stampare bandi, bollette e «libri da risma» (brogliacci non rilegati) e presto ebbe la grande intuizione di dedicarsi alla stampa di immagini religiose popolari tratte da incisioni su legno e su rame. Fu lui ad allacciare i rapporti con i girovaghi delle povere vallate del Tesino e del Friuli, ad organizzarli in compagnie e ad affidare loro lo smercio delle stampe.
Le mete iniziali furono l’Italia settentrionale e la Baviera, poi il commercio si estese. Scriveva nel 1764 il podestà di Bassano ai cinque Savi alla Mercanzia della Serenissima che le merci venivano spedite «fino nell’America». Ad ampliare l’attività di Giovanni Antonio Remondini furono i successori Giambattista (1713-1773) e Giuseppe (1745-1811).
Nel momento del massimo splendore, a metà del Settecento, i Remondini avevano sul libro paga oltre mille dipendenti. Avevano aperto una grande libreria e Venezia e contavano fra i loro clienti i reali di mezza Europa. Oltre che produttori di stampe popolari, i Remondini erano infatti anche commercianti e collezionisti di incisioni di gran pregio: Mantegna, Dürer, Marcantonio Raimondi, Ugo da Carpi, Jacques Callot. E Tiziano e Giambattista Tiepolo, di cui nella collezione Remondini sono presenti rispettivamente 97 cartoni e 35 fogli. «Sono» presenti perché la grande raccolta di stampe della stirpe remondiniana, fortunatamente non dispersa, costituisce oggi il tesoro del Museo: 22.500 pezzi, compresi i più celebri da loro prodotti e i più illustri da loro collezionati che vanno a formare la più grande raccolta pubblica d’Europa.
LA MOSTRA
«I santi dei Remondini», Bassano del Grappa, Museo Remondini, via Schiavonetti 7, fino al 20 gennaio. Orario: 9-13; 15-18. Festivi: 10.30-13; 15-18.