I mercanti nel museo

Dopo aver visto alcune esposizioni mortificanti per debolezza d'invenzione e modestia di elaborazione avevo suggerito, prima all'attuale vice ministro per i Beni Culturali, Antonio Martusciello, poi, subito dopo, al nuovo ministro Rocco Buttiglione, di frenare il dilagare di mostre improvvisate e mercantili, inadeguate alla dignità dei nostri musei (non parlo ovviamente degli spazi espositivi deputati), e di prescrivere con una semplice circolare la regola elementare che ogni museo rispetti la sua vocazione. Cosa abbastanza naturale per i musei d'Arte Contemporanea: in essi è altamente improbabile che siano allestite mostre di archeologia o di arte antica. È difficile vedere una mostra di vasi attici nella Galleria di Arte Moderna di Roma. I confini, in tal senso, vengono rispettati. Ma è sempre più frequente invece (lo si è visto da ultimo con il grottesco omaggio di cinque artisti contemporanei al restaurato David di Michelangelo nella Galleria dell'Accademia di Firenze) che in sedi prestigiose di Musei di Arte antica siano proposte opere di artisti d'avanguardia, forse col pretesto di rinnovare o rendere più attraenti istituti storici. Generalmente questo effetto non lo si ottiene, ma si accresce invece la considerazione e il valore di mercato degli autori proposti, legittimandoli nel confronto e nelle sedi naturali dei grandi maestri. Così si sono sfruttati, quando non mortificati, luoghi prestigiosi come il Museo Archeologico nazionale di Napoli, il Museo Archeologico di Firenze, la Galleria Borghese, la Certosa di Padula, tutte istituzioni museali dello Stato piegate a interessi privati e comunque utilizzate come scenario per rappresentazioni spesso scadenti. Il contrasto appare tanto più evidente e insolente quando gli artisti siano inadeguati o insufficienti. Oggi la situazione si ripete, senza ragione, probabilmente a danno dello stesso artista, a Pietrasanta, nella chiesa di Sant'Agostino, una bellissima architettura con sculture e dipinti sugli altari tenuti come sfondo (non è la prima volta) per una serie di manichini portaquadri di Sandro Chia. Il pittore, non privo di sensibilità e di gusto, si è lanciato, nella città per eccellenza della scultura, in una autolesionistica provocazione, allargando la sua impresa creativa dalla pittura alla scultura con esiti non particolarmente felici, soprattutto in un contesto così aulico e solenne. L'operazione non giova né a lui né alla chiesa perché appare piuttosto una dissacrazione (dell'edificio) che non una consacrazione (dell'artista). L'obiettivo appare così mancato, e l'occasione perduta. Ma è evidente che se l'impresa piuttosto scenografica (già tentata l'anno scorso in un luogo più propizio, l'abbandonata chiesa di Sant'Agostino a Cortona) si fosse realizzata in un magazzino, o ai grandi magazzini o in un capannone industriale o in un teatro abbandonato, avrebbe avuto una diversa efficacia sottraendosi al contrasto e al confronto con le antiche memorie e le prove di valorosi artisti operosi nella chiesa di Sant'Agostino. Pietrasanta ha un decoro da difendere e monumenti insigni. Giocare con questi valori della storia dell'Arte può essere pericoloso.