I mercati nel panico Wall Street chiude con un ribasso record

da Milano

Alla fine, il tappo della razionalità è saltato. Insieme a nervi rimasti troppo a lungo tesi come una corda di chitarra accordata male. Nelle Borse, ieri, è arrivato il panico. Si è manifestato in Europa sotto forma di 320 miliardi di euro spariti dai tabelloni della capitalizzazione in una manciata di ore. Altra ricchezza borsistica svaporata, e ora chissà quando recuperabile. Si è visto il panic selling entrare in azione a New York non appena il primo lancio di agenzia, poco prima delle ore 20 in Italia, ha battuto la notizia della bocciatura al piano di salvataggio da 700 miliardi di dollari: pochi minuti di vendite frenetiche sono stati sufficienti per obbligare il Dow Jones a una ritirata ingloriosa di 700 punti, diventati al suono della campana di chiusura 777, il più grande ribasso giornaliero della sua storia in termini di punti, pari a raggelante -6,98%, il peggior calo dagli attacchi terroristici dell’11 settembre. Ancora più decisa la picchiata del Nasdaq, crollato del 9,14%.
La fuga scomposta dai listini, accompagnata dalla discesa dei prezzi del petrolio fino a quota 96,37 (10 dollari in meno rispetto a venerdì scorso), è solo l’ultimo atto dello psicodramma collettivo che i mercati stanno vivendo ormai da mesi e, che al momento, non pare comprendere un lieto fine. Se è vero che le misure predisposte dal segretario al Tesoro Usa, Henry Paulson, per estirpare il cancro finanziario che divora l’America avevano sollevato più di una perplessità per le ricadute sul già provato contribuente Usa, è altrettanto vero che il colpo inferto ieri dal Congresso è quanto di peggio i mercati potessero aspettarsi.
Nella migliore delle ipotesi, saranno necessari altri quattro giorni prima che il provvedimento, verosimilmente modificato, sia di nuovo sottoposto al voto. Con il rischio di assistere ad altri crac. Ieri è toccato a Wachovia, banca travolta dal ciclone subprime, passare per 2,16 miliardi nelle mani di Citigroup (che dovrà ricorrere a un aumento di capitale da 10 miliardi), con la complicità del governo.
Altri giorni di passione attendono insomma le Borse, dove nulla sembra più essere rassicurante. Neppure per l’Europa. Il contagio è arrivato anche qui, dove i salvataggi, le nazionalizzazioni delle banche sull’orlo del fallimento replicano il modello finora visto negli Stati Uniti. E dove la risposta degli investitori è stata una fuga scomposta dai titoli del credito, la cui perdita ha sfiorato gli otto punti percentuali (sottoindice Dj Stoxx bank -7,75%) e ha contribuito in massima parte ad affossare gli indici ai minimi dal 2005. Un autentico black monday, il cui epicentro è stata Amsterdam (-8,75%) a causa del terremoto che ha scosso il colosso bancario Fortis (-23,5%), che in un lampo ha avviato un piano di nazionalizzazione parziale. Come birilli sono cadute anche le altre Borse in scia agli annunci relativi agli altri salvataggi di istituti bancari: Londra ha perso il 5,3% in seguito alla nazionalizzazione dell'inglese Bradford&Bingley (sospesa dalle negoziazioni), e Francoforte il 4,2% per effetto del salvataggio di Hypo Real Estate, precipitata del 74%. A picco anche la più piccola Borsa islandese (-4,8%) in seguito all'accordo per aiutare Glitnir Bank. Non meglio è andata a Piazza Affari, dove il Mibtel ha abbandonato quota 20mila dopo aver ceduto il 4,74%, minimo degli ultimi anni, secondo peggior ribasso del 2008 (il 21 gennaio aveva perso il 4,85%).
Una caduta verticale e generalizzata contro cui nulla hanno potuto le banche centrali, scese in campo per l’ennesima volta iniettando di liquidità il sistema. La sola Bce ha immesso 120 miliardi di euro attraverso un’asta speciale, mentre si fa sempre più alta la probabilità di un taglio dei tassi di mezzo punto (dal 2 all’1,50%) da parte della Federal reserve.
Ma per un vecchio leone della Borsa come Ettore Fumagalli, ex presidente di Piazza Affari e dei mercati europei, servirebbero a questo punto anche «estremi rimedi, come per esempio qualche limitazione all'operatività sui mercati stessi». Una misura che molto difficilmente verrà presa.