I mercati: «Tassi Usa giù» L’euro sfiora 1,44 dollari

da Milano

«Sui cambi non c’è accordo nel G7». Suonano perfino pleonastiche le parole del presidente dell’Eurogruppo, Jean-Claude Juncker, nel giorno in cui l’euro si è spinto fino a 1,4393 dollari, ennesimo record assoluto stabilito in concomitanza con il nuovo primato storico del petrolio (92,22 dollari il barile). Il mercato orchestra la solita danza ribassista sul biglietto Usa, zavorrato dalla percezione - per la verità non sempre sorretta dai dati macroeconomici - di una forte decelerazione della crescita economica, se non addirittura di una contrazione nell’ultimo trimestre dell’anno in corso.
Così, gli analisti danno ormai per scontato un ulteriore taglio dei tassi da parte della Federal Reserve nella riunione di mercoledì prossimo. Il silenzio di Ben Bernanke, che nelle ultime due settimane ha evitato sovraesposizioni mediatiche, viene interpretato come una sorta di assenso a una manovra destinata a ridurre di un altro quarto di punto il costo del denaro (al 4,50%) dopo la riduzione dello 0,50% decisa il 18 settembre scorso per arginare la crisi subprime e scongiurare i rischi di recessione. Da allora, il quadro congiunturale ha alternato schiarite (la migliorata situazione del mercato del lavoro, le buone trimestrali di alcuni grandi gruppi) e peggioramenti, legati soprattutto alla delicata situazione del settore immobiliare e del credito. In particolare, sul mercato del mattone permane lo stato di crisi, ben evidenziato ieri dal dato sulle case rimaste vuote nel terzo trimestre: ben 17,9 milioni (più 7,8% sull’anno precedente), a causa degli espropri subìti dalle famiglie incapaci di onorare le rate dei mutui. Non sorprende dunque il calo, in ottobre, della fiducia dei consumatori (indice sceso a 80,9 punti dagli 83,4 di settembre), da cui potrebbe derivare una flessione dei consumi.
Lasciare invariati i tassi, dunque, potrebbe risultare rischioso. Anche se le spinte inflazionistiche rischiano di aumentare con il surriscaldamento dei prezzi petroliferi, generato dalle tensioni geopolitiche, contro cui non può fare da argine un dollaro reso ancora più debole dall’eventualità di una stretta da parte della Bce. Sotto questo profilo, il super euro sta svolgendo invece una funzione di paracadute: la media delle quotazioni petrolifere dovrebbe attestarsi a fine anno attorno ai 50 euro, valore pari a 68,35 dollari considerando un cambio medio euro-dollaro di 1,366. Grazie al rafforzamento della moneta unica, Eurolandia si ritroverà a pagare all’incirca la stessa cifra sborsata nel 2006.