«I miei 100 giorni da prigioniero in Cina»

Qualche giorno per capire che è normale sentire una televisione parlare italiano e ad Alessandro Bini torna subito la voglia di raccontare quei suoi cento giorni vissuti da prigioniero libero in Cina. L’imprenditore genovese è sbarcato dall’aereo a Milano il 19 maggio con un unico rammarico: «Già che c’erano potevano tenermi lì un giorno in più, il 20 maggio è il mio compleanno e in volo la Lufthansa mi avrebbe offerto lo champagne». Ci scherza, ora. Ma all’arrivo gli occhi di sua moglie sembravano ancora increduli. «Quando le ho detto che sarei tornato temeva lo facessi solo per tranquillizzarla», garantisce Bini.
Che prima di raccontare la disavventura lunga più di tre mesi vuole ringraziare. «Grazie di cuore al Giornale - cala subito la premessa -. Il vostro articolo di denuncia ha sbloccato la situazione. Dopo quel servizio sono stato chiamato più volte per collegamenti in diretta con Radio 24, ma appena uscito l’articolo sul Giornale anche in Cina è iniziato a cambiare tutto». Un articolo che abbatte la Grande Muraglia, per di più nella più totale disattenzione del resto dell’informazione genovese? Possibile? «Certo, voglio dare molto merito al personale del consolato italiano a Shangai per quello che ha fatto, ma ho notato che da quando è uscito l’articolo l’intervento è stato più deciso, pressante - ricorda Bini -. Si sono mossi a tutti i livelli, si è interessato personalmente l’ambasciatore italiano, che è un calibro da novanta. Ha chiamato direttamente il ministro degli Esteri cinese e le cose si sono mosse. È stato importante il suo intervento».
Alessandro Bini era andato in Cina per uno dei suoi tanti viaggi di lavoro, per perfezionare un contratto. Ma dal 15 febbraio non ha più avuto la possibilità di tornare in Italia. La polizia cinese lo bloccava ogni volta che provava a prendere l’aereo che aveva prenotato. Con scuse sempre diverse lo rimandava a casa. «A casa, all’inizio - racconta ancora indignato -. Poi una volta mi sono venuti a svegliare quattro poliziotti, mi hanno accompagnato in commissariato per chiarimenti, mi ci hanno tenuto otto ore. Non sono riuscito a dormire per tre giorni. E andavo sempre in un albergo diverso, chiedendo ad amici di fare la prenotazione. Sì, avevo paura, il diritto lì non è così rispettato». Poi è iniziato il Capodanno cinese e sono arrivate altre nuove scuse per i rinvii.
Respinto in frontiera, portato in commissariato, interrogato. Ma sempre da uomo libero. Con tanto di passaporto, libertà di azione, telefonini e computer. «Non ci credeva neppure mia moglie - assicura Bini -. Era convinta mi avessero arrestato, era troppo incredibile». E più incredibile era il fatto che l’imprenditore non aveva commesso alcun reato. «Mi tenevano lì perché avevo due controversie di lavoro con due aziende cinesi, siamo in causa da tempo e la polizia faceva pressioni perché cedessi», racconta con un po’ più di tranquillità oggi. E infatti, dopo l’intervento delle autorità diplomatiche, tutto si è risolto. «Ho dimostrato che dal 2005 con una ditta di Shangai c’è questa causa civile presso la procura di Genova - conferma Bini -. Non si può vietare a una persona di uscire dalla Cina per questo. Il fatto è che nei miei confronti quelle società cinesi avevano sporto denuncia per truffa e alla polizia bastava». Ma cosa era successo? «Avevamo fatto un contratto di fornitura - allarga le braccia l’imprenditore genovese -. I cinesi non avevano consegnato il materiale, io non avevo pagato per quello che non avevo avuto. Io ho fatto causa per i danni della mancata consegna, loro hanno detto alla polizia che non avevo pagato, mostrando il contratto. Certo, il contratto c’era, ma la merce no. Avevo anche più volte mandato un mio fiduciario per vedere se la consegna poteva avvenire, ma non c’era nulla. È logico che non pagavo».
La vicenda è stata chiarita solo quando c’è stata la volontà di farlo e Alessandro Bini è ripartito. A Genova aveva lasciato due società che rischiavano gravi danni perché bloccate dall’assenza dell’unico responsabile con diritto di firma. «Avevo due contratti a rischio - precisa Bini -. Uno per la fornitura di gadget per la Vuelta di Spagna e un altro con una società di Modena. Sono tornato appena in tempo. Uno dei due clienti è stato particolarmente comprensivo e mi ha aspettato, ma mancava davvero poco al limite massimo. E poi non ho potuto chiudere i bilanci, l’Intendenza di finanza mica ci crede che sono stato 100 giorni prigioniero in Cina».
Ogni volta che ripensa a come si è sbloccata la situazione, Bini tiene a ringraziare il personale del consolato. «Alla fine un funzionario napoletano si è preso a cuore la mia situazione - ricorda -. Una donna che fa la segretaria, ma che ha amicizie importanti, ha fatto delle telefonate. Tutti mi aiutavano. Credo che alla fine anche dalla Farnesina avessero capito la mia situazione, ma all’inizio avevo trovato un muro. Sono rimasto in contatto con Genova, ho saputo dell’interpellanza di Gianni Plinio in Regione, per chiedere l’intervento di Burlando. Anche quella è servita. Ringrazio chiunque abbia fatto qualcosa, anche se dopo l’articolo del Giornale». Ora spera di tornare, oltre che a seguire i suoi affari, a coltivare qualche hobby. Bini è il presidente della società «Anni ’50», la squadra di calcio che ha visto indossare la sua casacca anche vecchie glorie come Onofri, Nappi, Della Bianchina. «E anche il presidente della Regione Claudio Burlando, un tempo, giocava con noi - ricorda -. Chissà, quando ha sentito del mio caso cosa ha pensato?». Piccole digressioni, che servono ad alleggerire la tensione di ricordi ancora troppo freschi.
L’imprenditore genovese sa che in Cina il caso «è chiuso ma non archiviato» e siccome lui laggiù deve «tornare per lavorare e per arrivare almeno alla pensione», chiede che questa esperienza abbia una conclusione positiva. «Non pretendo che mi paghino i danni, ma che almeno mi chiedano scusa formalmente, quello sì - scuote la testa Bini -. E soprattutto vorrei rivolgermi ai colleghi imprenditori. A quanti vengono invitati anche a livello politico ad avere rapporti commerciali con la Cina. Non voglio dire loro di lasciar perdere, ma di stare molto attenti, di sapere cosa li attende laggiù. Manca la reciprocità nel rispetto dei diritti. Ci sono aziende che sfruttano certe situazioni, vanno dalla polizia, denunciano finte inadempienze contrattuali e provano a impossessarsi delle nostre aziende».
Alessandro Bini ricorda positivamente anche l’intervento del console cinese in Italia. Ma svela ancora due aneddoti della sua «prigionia», di quando aveva addirittura provato «ad appellarsi alla convenzione di Ginevra». Dopo due mesi che gli veniva impedito di lasciare la Cina, gli è stato contestato il visto di soggiorno nel frattempo scaduto. «Mi ci tenevano loro, io me ne sarei andato - ribatte -. Comunque anche per pagare i 5.000 rembimbi della multa, circa 500 euro, ho faticato e ritardato il mio ritorno in Italia. Anche quando sembrava tutto risolto e avevo il volo prenotato per il 17 maggio alle 12, sono andato in aeroporto accompagnato dai funzionari del consolato italiano. Sono diventati matti anche loro quando hanno visto che non mi facevano pagare i 5.000 rembimbi, non mi timbravano il visto, mi hanno fatto perdere il volo, e non volevano risolvere il problema neppure più tardi. Dopo qualche telefonata molto calda, quei poliziotti cinesi sono venuti anche fuori orario di servizio per darmi le carte».
Ora è finita. «Non del tutto - precisa Bini -. Ho diritto almeno alle scuse ufficiali. E quelle le voglio».