«I miei 90 anni sull’ammiraglia»

È certamente l’uomo migliore che il ciclismo italiano abbia mai espresso: per passione, per acume, per saggezza, per sensibilità. Con i suoi (tantissimi) pregi e i suoi (pochissimi) difetti, Alfredo Martini taglia a braccia alzate il traguardo dei 90 anni (venerdì, 18 febbraio): un trionfo prestigioso, dopo una grande corsa personale, tra epopea e leggenda. Alla sua invidiabile età, proprio come l’amicone Fiorenzo Magni, è il testimone attento e indiscutibile praticamente dell’intera storia a due ruote. Ottimo ciclista, memorabile ct (il più medagliato di tutte le più popolari discipline olimpiche), ora è presidente onorario della federazione, ma soprattutto patriarca ascoltato e simbolo venerato. Tanti vecchi vengono amati e rispettati a prescindere, solo per la tenera età che portano sulle spalle, per quello che erano: Martini viene amato per quello che è tutt’ora, in piena efficienza intellettuale, molto più di tanti quarantenni. Basta sentirlo ragionare.
Martini, il primo incontro con il ciclismo?
«E chi lo scorda. Avevo 7 anni. Fino ad allora, il papà mi portava sul canotto della sua bici: ero il coccolo, terzo e ultimo figlio dopo un fratello e una sorella. Un giorno mi portò a casa una bici tutta mia, su misura. Operaio alla Richard Ginori, guadagnava 400 lire al mese: quella bici ne costava da sola 420. Era come se mi avesse regalato una Ferrari. Cominciai subito ad usarla per andare con gli amici più grandi alle corse dei campioni. Ricordo la Pistoia-Modena, proprio in quel 1928: vidi Binda passare con la maglia iridata. Fu magico».
Dalla bici non è più sceso.
«A Sesto Fiorentino, allora, lavoravano tutti alla Ginori. Ma morivano a 50 anni di silicosi. Mio padre mi disse: tu lì non ci devi venire. Mi fece fare l’apprendista meccanico alla Pignone di Firenze. Ma io già correvo e avevo in testa il ciclismo. A 16 anni vincevo pure. A 20, finalmente, l’occasione di fare il professionista. Tutti parlano di fatica e sofferenza: io l’ho sempre ritenuta una fortuna. Certo, correre in bicicletta è sofferenza. Ma trasformare la passione in mestiere è la più grande fortuna che possa capitare ad un uomo. I miei coetanei si spaccavano la schiena in fabbrica, certamente non soffrivano meno di me».
Il seguito della lunga pedalata?
«Ho smesso a 37 anni. Era il ’58: non perché stanco, ma per un’ulcera duodenale. Fino al ’69 ho mandato avanti il negozio di abbigliamento che avevo avviato strada facendo. Quindi, la chiamata per salire sull’ammiraglia, con la Ferretti. Sei anni. Infine, nel ’75, l’arrivo in azzurro...».
Questo sì è l’inizio di una favola.
«Non ci sono altre parole: 23 anni e 20 medaglie (6 d’oro, 7 d’argento, 7 di bronzo)».
Tutto documentato chilometro per chilometro, nome per nome, minuto per minuto sui famosi diari.
«Era la mia abitudine. Scrivere tutto. Non volevo lasciarmi dietro niente. Adesso sono il mio patrimonio di ricordi».
A proposito di memorie: la giornata più bella da corridore?
«Giro dell’Appennino del ’47, la mia vittoria migliore. Fuga di 200 chilometri. E poi quel terzo posto nella leggendaria Cuneo-Pinerolo, al Giro del ’49. Primo dietro a quei due...».
Quei due, Coppi e Bartali, uomini di un altro pianeta: ma lei con chi stava?
«Coppi aveva una certa simpatia per me. Con Gino mi allenavo spesso sulle stesse strade. Due campioni veri, due uomini veri. Al Giro del ’52, l’allora ct Binda mi avvicinò e mi disse: devo fare la nazionale per il Tour, vorrei che tu venissi, visto che ti riesce sempre di mettere d’accordo quei due. Fu una delle soddisfazioni più grandi della mia carriera».
Aveva già l’anima del paciere: poi, negli anni, ha messo d’accordo anche Moser e Saronni, Bugno e Chiappucci...
«Tutti hanno sempre capito che la maglia azzurra cancella rivalità e differenze. Dev’essere così».
Andiamo per flash: chi il più grande di sempre?
«Io dico Binda. Il più completo. In epoca moderna, il più completo resta Bugno».
L’amico più amico?
«Magni».
Il giorno più brutto?
«Da corridore. Giro di Francia del ’46, allora “Ronde”. Ultima tappa, quattro colli alpini. Ho la febbre. Resto staccato subito. Un tormento. Ricordo che ad un certo punto vedo un pastore con le pecore: lo guardo implorando una spinta, quello si gira e corre dietro a una pecora. Avrei voluto morire. Ma sono quelle le giornate che insegnano di più: dopo, non c’è più nulla che ti spaventi».
Il Mondiale più bello?
«Goodwood ’82, la famosa fucilata di Saronni. Una festa azzurra. Lo abbracciò anche Moser».
L’azzurro più azzurro?
«Cassani».
Se dico Riccò, lei che mi risponde?
«Non lo conosco. Ha fatto cose talmente gravi che davvero non posso dire di conoscerlo: chissà cosa c’è in quel ragazzo».
Si coltivano rimpianti, a 90 anni?
«Io no. Tolgono serenità. Ho fatto molti errori, ma mi ha sempre sollevato la certezza che in quel momento ho agito al massimo delle mie capacità. Gli errori servono a non sbagliare una seconda volta, mai a coltivare amari rimpianti».
Il segreto, di questi 90 anni?
«Mai mentirsi. La verità è la cosa più bella, anche quando fa male».
La prima cosa che pensa, quando riapre gli occhi alla mattina?
«Mia moglie, che non sta bene da tempo. Il mio primo pensiero è sempre per lei. Per fortuna ho una bella famiglia: ho due figlie e tre nipoti, siamo rimasti sempre vicini».
Si coltivano sogni, a 90 anni?
«Certo. Il sogno di un giorno ancora».