«I miei noir sono bianchissimi Come la cocaina»

Osservando le foto di Jens Lapidus pubblicate da numerose riviste di moda verrebbe spontaneo pensare che abbia il phisique du rôle più del fotomodello che del noirista. Non a caso GQ lo ha nominato «Uomo dell’Anno 2008» proprio per la sua eleganza. Ma gli oltre 600mila svedesi che hanno portato all’immediato successo La traiettoria della neve (Mondadori, pagg. 535, euro 20, traduzione di Barbara Fagnoni) sanno benissimo che gli abiti eleganti e l’aspetto da jet-set sono caratteristiche principali dei nuovi giovani svedesi. Ragazzi che, come racconta Lapidus nel suo thriller, amano le feste, i bei vestiti, le ragazze, i soldi veloci e soprattutto consumano tanta cocaina. Proprio questa «bianca neve» dà il titolo al debutto dell’avvocato svedese, ma è anche l’elemento che fa da collante mortale alle storie incrociate dei quattro protagonisti del romanzo (primo di una trilogia di cui in Svezia è da poco uscito il secondo volume) e che ci mostra nel dettaglio la nuova scena criminale di Stoccolma. Così i lettori seguono le peripezie del picchiatore slavo Mrado Slovovic, del giovante studente spacciatore Johan Westlund, dell’evaso cileno Jorge Salinas Barrio e del capo mafia Radovan, quattro persone diversissime il cui destino dipende proprio dal traffico di cocaina, la sostanza che droga le notti di Stoccolma soprattutto in quartieri esclusivi come quello di Stureplan.
Signor Lapidus, come ha scelto i protagonisti del suo romanzo?
«Non sono io che ho scelto loro, ma loro che hanno scelto me. Quando ho cominciato a scrivere La traiettoria della neve non avevo la minima idea di che cosa sarebbe successo. Ero talmente trasportato dall’idea di scrivere che non sapevo come sarebbe stato il romanzo una volta finito. D’altra parte, ho raccolto nel tempo molte storie brevi direttamente ispirate dal mio lavoro in tribunale. I protagonisti del mio romanzo sono uno strano mix di caratteri di persone che ho incontrato. In Svezia è già uscito il secondo episodio della mia trilogia e i lettori vi ritroveranno alcuni dei miei personaggi, ma posso assicurare ai lettori italiani che non avranno lo stesso ruolo da protagonisti».
Perché ha deciso di narrare gli eventi dal punto di vista dei criminali, piuttosto che da quello dei poliziotti?
«Francamente sono annoiato dai romanzi neri della scuola tradizionale scandinava. Molte crime novels mostrano un livello alto di scrittura, ma hanno trame che sono sempre gli stessi: qualcuno viene ammazzato all’inizio del libro, arriva il detective della polizia di turno e il resto del libro gira solo intorno all’indagine sull’omicidio. Alla fine il mistero è risolto e il caos che si è generato viene sostituito dall’ordine. Con il mio libro ho cercato di sfidare me stesso e questo tipo di scrittura».
In Svezia, quanto la criminalità è multietnica?
«Molti gruppi criminali sono formati da membri che provengono da varie etnie. La mafia serba che è la malavita di Stoccolma descritta nei miei libri già esisteva negli anni Novanta, poi si è dilatata ed è ancora attiva con caratteristiche diverse da quelle originarie».
Nel suo libro sono riportate intere pagine di documenti legali. Possiamo dire che ha saccheggiato il suo archivio personale di avvocato?
«Sicuramente. Mi viene più facile scrivere quelle pagine tecniche che parlare la lingua di tutti i giorni... Scherzo ovviamente. Ma, parlando di cose serie, ho cercato di usare il più possibile lo stile giuridico dei documenti ufficiali usati nel sistema legale svedese».
Ma i giovani ricchi del suo Paese sono davvero così annoiati e strafatti come lei li descrive?
«Anzitutto devo confessarle che alla fine degli anni Novanta abbiamo visto crescere a Stoccolma una nuova generazione di ragazzacci amanti del jet-set, dello stile di Saint Tropez, delle feste. Spendevano un sacco di soldi in champagne e sniffavano chili di cocaina. Può darsi che questa moda sia un po’ decaduta a causa della recente crisi economica. D’altra parte, molta gente in Europa si è fatta un’immagine calma, solare, paradisiaca della Svezia. Posso assicurarvi che non è stato così negli ultimi 25 anni. Ed è per questo che agli stranieri questo contrasto appare così forte».
Perché ha voluto che il tema della cocaina fosse così centrale nel suo libro?
«Non lo so. Probabilmente dipende dal fatto che la corte di tribunale dove lavoro si è occupata di uno dei più grandi casi di droga mai accaduti in Svezia».
L’incipit del romanzo è affidato a due citazioni da James Ellroy e Dennis Lehane. Si sente vicino alla dimensione sociale dei loro noir?
«Sì e no. Non so se Ellroy abbia davvero una dimensione sociale, nei suoi romanzi, nonostante le sue trame e il suo linguaggio siano davvero grandiosi. Dennis Lehane, invece, è un maestro dei dilemmi morali. La sensazione che ho avuto leggendo molti suoi libri è che, nonostante i crimini vengano risolti, c’è sempre qualcosa di malsano che resta. Lehane ha il coraggio di lasciare il lettore in uno stato di confusione e lo mette davanti a problemi sociali visti da prospettive sempre diverse. Mi sento molto vicino a questo modo di dipingere la criminalità in maniera grigia, scegliendo una sfumatura che non mostri tutto solo in bianco e nero».
Negli ultimi anni i noir svedesi hanno colonizzato il mercato internazionale. Ma questi libri sono davvero lo specchio dei crimini nel vostro Paese?
«C’è una cosa che differenzia i miei libri dalla scuola tradizionale del noir svedese. Molti di questi libri hanno fatto del delitto il loro oggetto commerciale primario, quasi in maniera sadica. Questo non succede in Svezia e questi libri non rispecchiano la realtà. I miei libri, invece, descrivono davvero la malavita. Crimini come il contrabbando di droga, lo spaccio, la violenza fra gang. Cose che purtroppo accadono ogni giorno».
Quali sono gli autori svedesi che l’hanno influenzata di più?
«Sicuramente Maj Sjöwall e Per Wahlöö. Hanno una capacità fantastica di raccontare in presa diretta gli sviluppi sociali. Henning Mankell è un grande autore, ma io ho cercato di allontanarmi dal suo stile tradizionale. Anche Stieg Larsson è fantastico, ma quando ho cominciato a scrivere La traiettoria della neve non sapevo davvero niente di lui».
Quanto i lettori svedesi si sono riconosciuti nelle sue storie?
«Molti mi hanno contattato facendomi domande del tipo: “Come hai fatto a conoscere mio fratello?”, oppure “perché hai scritto queste cose di me?”. La mia conclusione è stata che, quando tutti i dettagli che le hai dato hanno un’autentica credibilità emozionale, la gente è convinta che la tua storia sia reale».