«I miei personaggi figli del silenzio»

Pubblichiamo uno stralcio dell’ultima intervista rilasciata da Harold Pinter al «Giornale» e pubblicata il 12 ottobre 2004.

Alto, dritto, il sorriso generoso e gli occhi vigili che hanno osservato e osservano tanta parte di mondo per poi tradurlo in anima sulla scena e in poesia, scarna, essenziale, ermetica. I discorsi di quest’uomo solido, concreto, nato ad Hackney, sobborgo londinese dove la vita non scorreva troppo facile, sono brevi, efficaci, diretti. Come i suoi testi. Non si è risparmiato, Pinter, nel suo ultimo viaggio italiano. E in una fredda sera di aprile ha assistito a Vecchi Tempi, messo in scena da Roberto Andò al Piccolo Teatro, con Umberto Orsini protagonista come trent’anni fa. È così che ha scelto di accantonare, definitivamente, l’antica ruggine con Luchino Visconti, per la sua regia nel 1973.
Mister Pinter, cosa la disturbò tanto di quello storico allestimento italiano?
«Mi aspettavo un cenno da Visconti, invece lui non mi ha mai telefonato né scritto né invitato a vedere lo spettacolo. E oltre a una regia piuttosto arbitraria, c’era stato anche un problema di traduzione e travisamenti. Sfumature e allusioni che non erano mai state nelle mie intenzioni».
Su cosa si concentra quando pensa una delle sue creature?
«Sul silenzio. È nel silenzio che i personaggi acquistano consistenza, presenza. Nel non detto».
Scriverà ancora? Sta preparando una nuova storia d’anime?
«Non voglio più scrivere commedie, ne ho scritte abbastanza e credo di non esserne più capace, ho intenzione di dedicarmi alla regia e preferisco comporre poesie. Vado molto poco anche al cinema, diventato violento come un incubo, almeno in Gran Bretagna. Preferisco tranquille passeggiate nel parco, a contatto con la natura, respirando forte».
Sceneggiatore “storico” di Joseph Losey, dice di ammirare molto Ken Loach, «ma - aggiunge - viaggiamo su binari diversi e le nostre strade non si sono incrociate». Sui complicati rapporti umani, specie tra uomo e donna, Pinter sente di aver detto tutto quello che aveva da dire.
La politica è stata da sempre la sua «passione parallela». In questo momento qual è il suo sguardo?
«Gandhi ha detto molti anni fa che un occhio per un occhio farà un mondo cieco, e adesso siamo di fronte al potere degli Stati Uniti che faranno sempre di più quello che vogliono e che, purtroppo, possono contare sull’appoggio dei governi che conosciamo. Ma quello di cui hanno bisogno gli Stati Uniti è una sfida, non un appoggio».
Le prime rappresentazioni dei suoi testi furono bocciate e giudicate vuote e incomprensibili. Cosa è cambiato da allora? Qualcuno dice che il suo linguaggio ha anticipato i tempi.
«È possibile. Comunque non ho mai cambiato nulla dei testi, sono sempre quelli. I cambiamenti avvenivano solo durante le prove. Ma piuttosto che aggiungere si tagliava».