"I miei segreti? Sport e felicità Ma l’amore folle non fa per me"

La star è protagonista di <em>Chéri</em>, tratto dal romanzo di Colette: non potrei mai arrivare all’eroismo di Léa

Berlino - Dell’amore d’una donna matura per un adolescente vibra questa Berlinale. Prima The Reader di Stephen Elliott, dal romanzo A voce alta di Bernhard Schlink; ieri Chéri di Stephen Frears, anch’esso in concorso e tratto dal romanzo di Colette (Adelphi), già portato sul grande e sul piccolo schermo, almeno in Francia. La sceneggiatura è di Christopher Hampton, che salva abbastanza dei dialoghi di Colette.

Léa (Michelle Pfeiffer), quarantenne mondana parigina di lusso, s’innamora - ed è la prima volta - del figlio, detto Chéri (Rupert Friend), di una collega (Kathy Bates). Nato per essere un’accademia dell’erotismo, il loro rapporto diventa un amore ancora forte dopo sei anni, quando la madre di lui gli combina il matrimonio con la figlia (Felicity Jones) di un’altra collega...

Produzione tedesca girata in inglese da attori americani in un teatro di posa di Colonia, Chéri prende più il sapore delle storie di Wilde che di quelle di Colette. La leggerezza di questi intrecci d’alcova, ma senza squallori, è tipicamente francese. Non è comunque questa la dote precipua di Frears (My Beautiful Laundrette), sebbene abbia firmato Relazioni pericolose, tratto dalle pagine di Choderlos de Laclos e già interpretato dalla Pfeiffer. Sono lei e la Bates a reggere il film, sebbene quest’ultima sia credibile solo per talento d’interprete: le manca invece clamorosamente l’aspetto della donna seducente. Quel che la Pfeiffer conserva senza apprezzabili interventi del chirurgo.

Signora Pfeiffer, Léa ama fino al sacrificio di sé. Lei lo farebbe?
«Non sarei così eroica. Ma gli innamorati oggi non sono quelli di un secolo fa».

Pensa a qualcuno?
«Ho amici che si sono sposati sebbene il divario d’età sia analogo a quello dei personaggi di Chéri».

Il film è leggero nel tono, lento nel ritmo e sfocia nel dramma.
«Il dramma corre sottotraccia, proprio come nel romanzo di Colette».

Perché ha accettato questo personaggio?
«Per la stessa ragione per la quale ho accettato gli altri: mi ha colpito».

E perché gliel’ha proposto Frears?
«Aveva un buon ricordo delle Relazioni pericolose».

Sottile ed elegante, lei un'americana dall'aria francese.
«E un cognome d’origine tedesca, che in italiano si può tradurre fabbricante di pipe».

Si dice in «Chéri»: «La gioventù vuol sempre di più». L’unione con chi darà sempre di meno dunque franerà.
«Quando ci si avvicina ai quarant’anni, se ne ha un’idea peggiore della realtà. Io li ho vissuti meglio di quanto avevo creduto. Poi ho guardato le benedizioni che ho avuto dalla vita».

Con l’età però Hollywood accantona le attrici.
«Si girano meno film di un tempo. E ci sono meno parti per chi ha un’età. Restano per lo più ruoli drammatici».

Dunque?
«Qui sta il problema: pochi rischiano i soldi su un film drammatico».

Si diverte sempre a recitare?
«Più oggi di ieri, perché i personaggi d’età sono più interessanti».

I suoi dialoghi con Kathy Bates sono i migliori di «Chéri»...
«Mi lusinga! Per due americane, abituate a un’intonazione costante, è difficile imprimere il tono brillante che hanno le francesi».

Dovesse ricominciare, farebbe di nuovo l’attrice?
«Un mio collega diceva: “Se non sapete far altro, recitate”. Ma per me non è stato così».

E com’è stato?
«Non avevo altra scelta. Al primo corso di recitazione ho capito che avevo trovato il mio ambiente».

Lei s’affermò con «Toro scatenato» di Scorsese. E oggi è quasi uguale. Come fa?
«Quando lavoro, ho cura di me; quando non lavoro, non mi faccio vedere. Faccio sport e sono felice. E poi c’è un fattore genetico».

Tutto qui?
«Dimenticavo: a trent’anni smisi di fumare».