I milanesi applaudono Letizia: «L’Ago e il Filo via da Cadorna»

Apprezzata dai Vip l’idea di spostarla in un parco anche se per alcuni è l’unico tocco di colore in una piazza troppo grigia

Serena Coppetti

Difficile trovare una bocca cucita. L’Ago e il filo, la scultura che doveva diventare il simbolo di Milano, è riuscita a imbastire polemiche fin da quando è arrivata. E continua, grazie all’idea buttata lì da Letizia Moratti di spostarla, magari, in un parco: molti seguaci, qualche detrattore. Come Gianni Biondillo, scrittore&architetto che la bolla come «una stupidaggine grande come quell’ago e quel filo». Proporzione massiccia visto che l’ago è alto 18 metri e il filo è lungo 80. È addirittura concitato mentre dice che «è l’unico tocco di colore in una delle piazza più grigie che ci sono». Eppoi «è l’unica cosa divertente», e che «l’arte contemporanea non è capita» e che «il lampione lì accanto alto tre volte tanto è invece davvero orrendo ma non se ne accorge nessuno». Però la sua è un po’ una voce fuori dal coro. «La scultura lì non rende», concorda con la Moratti Stefano Zecchi. E racconta che in America di Ago e filo sempre di Oldenburg ce n’è un altro, «però entra dentro, nella parte sotterranea con una luce che lo illumina. Così ha una sua suggestione...». Spostarlo in un parco? «Mi sembra un’ottima idea - brilla Annamaria Bernardini de Pace che di contenziosi eccellenti ne ha visti parecchi -. Almeno si confonderà con i giochi dei bambini». La definisce «opera pretenziosa senza sostanza». Ma è uno degli appellativi più gentili. Si va dal più pittoresco di Vittorio Sgarbi «un conato di divertimento grottesco» fino all’allarmante di Daniela Iavarone, presidente degli Amici della lirica: «Orrenda, in un parco spaventerebbe anche gli uccelli». In mezzo c’è l’accorata difesa di Carlo Monguzzi, capogruppo dei Verdi in Regione che si chiede «che male avrà mai fatto un parco per meritare l’ago e il filo» e la chiosa senza apppello di Achille Colombo Clerici, presidente di Assoedilizia: «Monumento dell’effimero nella forma perché usa materiali degradabili e nella sostanza perché celebra la moda». Via dunque, fuori dal «contesto monumentale». Il consiglio di Andrée Ruth Shammah, anima del teatro Parenti, è di «sistemarlo vicino alle porte della città a mo’ di sentinella». «Potrebbe stare sul Monte Stella - suggerisce - insieme con il cavallo di Leonardo». No, l’ago e il filo non è nel suo stile, decisamente più sobrio, «certo è che si abitua a tutto». La pensa così anche Simonpaolo Buongiardino, consigliere delegato dell’Unione del Commercio: «Abbiamo fatto l’occhio». Eppoi quel valore simbolico dell’operosità di Milano che lo rende «bruttura meno prioritaria» rispetto ad esempio alla fontana di via Manzoni. O per dirla con le parole di Sgarbi «il pisciatoio di via Manzoni». Brava Moratti, plaude il critico, «ha le idee chiare. Lì è insignificante. Magari in un parco di arte contemporanea». Bocciata l’idea del parco, il verde Carlo Monguzzi lo sistemerebbe in un’area industriale dismessa «ma senza disprezzo, è per rimanere nella cultura dell’opera». Lì non piace neanche a Sandra Mondaini: «Sarò all’antica... mi scusino, ma in piazza Cadorna ci sono troppi stili diversi. Milano è bella di suo senza fili, lacci e filoni. Comunque si metta dove vuole, l’importante è che si trovino i parcheggi». Per la stilista Raffaella Curiel se è un simbolo legato alla moda «in piazza Cadorna non ha senso. Chi opera nella moda arriva a Linate o Malpensa non a Cadorna. Se è simbolo dell’operosità milanese dovrebbe essere sostituito con un computer. La manodopera intesa come artigianalità è un valore che si sta perdendo». Non è dello stesso parere Carla Fracci, convinta che la statua è «simbolo del grande artigianato femminile e sta qui perché da Cadorna partivano un tempo anche Madame Gres o la Schiapparelli per andare a Como a cercare i tessuti per la grande moda». Nadia Moroni dai raffinati fornelli di «Aimo e Nadia» non ritiene sbagliato lo spostamento dell’ago col suo filo «se questo significa sostituirla con qualcosa di più utile per i cittadini».
E lei, Gae Aulenti, artefice della piazza, che ne pensa? «Dedicare il primo giorno da sindaco a questo... mah. Perché poi solo a questo, e non ne nomina anche altre. No... no preferisco non parlare».