I milanesi non sono così né al bar, né alla Posta

È istruttivo, per un milanese, guardare Benvenuti al Nord. Potrà scoprire una città che non aveva probabilmente mai conosciuto. Una metropoli nella quale, se entrate in un bar per chiedere un caffè, vi sentire rispondere, in automatico, dal barista «Marocchino, Mokacioc, macchiato caldo, macchiato freddo, americano con l’acqua calda a parte?». Una Milano dove (sarà l’effetto Pisapia?) nessuno parcheggia in seconda fila, tutti portano scrupolosamente il casco (anche i ciclisti) e i semafori rossi vengono puntualmente rispettati. Una Milano con nebbia serale anche in pieno agosto e dove, se due amici si salutano abbracciandosi per strada, passa uno in bicicletta urlando «uè terun». Scoprirà, il milanese di cui sopra, che i suoi concittadini pranzano abitualmente con sushi o cassoeula (altro che risottino). La prossima volta che andrà al ristorante, poi, lo farà con la calcolatrice in tasca per non essere da meno di quelli che nel film, quando è il momento di saldare il conto, invece di dividere la quota in base ai partecipanti della cena, fanno pagare a ognuno l’esatto corrispettivo di ciò che hanno mangiato, centesimi compresi (sapendo a memoria il costo di ogni piatto). Dovrà poi adeguarsi a declinare tutto in «ino» (spumantino, cinemino - ma cappuccino diventa cappuccio), a chiamare gli amici con l’articolo davanti (esempio: la Dodi) e, pur se di mezza età, a inframmezzare, nei discorsi, l’italiano al dialetto. Cosa più importante, imparerà a non prendersela più di tanto se in Posta l’addetta al banco si metterà lo smalto alle unghie incurante della fila di clienti. Ecco, noi milanesi possiamo ridere su tutte le «forzature» del film, ma su questa proprio no.