Con i militari ammette ma quando arriva il pm Muhammad Saleem rifiuta di rispondere. Hina aveva già segnalato sue violenze alla caserma di Gardone Si arrende il padre-killer: «L’ho uccisa io» Fermato dai carabinieri mentre andava a costituirsi il pach

In cella uno zio che l’aveva aiutato a seppellire il corpo. La loro comunità li ha spinti a consegnarsi. Ricercato un terzo parente

nostro inviato a Gardone Val Trompia (Bs)
Due minuti a mezzogiorno. Nel paesotto semideserto due sagome camminano non lontano dalla caserma dei carabinieri. Cercano una scorciatoia alla cattura andandosi a costituire. O forse, in un sussulto di dignità, tentano solo di salvare la faccia dopo che si sono autoconvinti di aver salvato l’onore di famiglia sgozzando una giovane ragazza pachistana, sangue del loro stesso sangue, seppellendola, poi, nell’orto di casa .
L’espressione assorta in chissà quali pensieri, il capo chino, che fa galleggiare nel vuoto barba e baffi neri come la pece, Muhammad Saleem, 51 anni, sembra ascoltare con scarso interesse le prime domande che gli pongono i carabinieri di Gardone Val Trompia. Ma ammette. Ammette di aver agito e ucciso la figlia in uno scatto di rabbia. Però è come se la storia, la vicenda, l’esistenza stessa di sua figlia Hina, poco più di vent’anni, condannata dal gran consiglio di famiglia, giustiziata e islamicamente sepolta con la testa verso la Mecca, dove pochi giorni prima c’erano i pomodori, fossero qualcosa che il suo integralismo religioso gli ha già concesso di archiviare nel limbo dell’incoscienza. Così, quando lo conducono alla Procura di Brescia per il primo e più importante interrogatorio davanti al pubblico ministero Paolo Guidi, l’espressione di Muhammad non cambia granché. Anche se cambia molto sotto il profilo formale perché, alla stringente contestazione dell’omicidio premeditato che il magistrato gli pone, quest’inquietante figura di padre-padrone, replica solo col mutismo. Eppure a qualcuno, al suo Allah, per esempio, che pure, si legge nel Corano, prevede clemenza e misericordia per le donne che rifiutano i matrimoni combinati, a qualcuno dovrà pur rispondere dell’orrendo crimine che la giustizia terrena e italiana, gli contesta. L’omicidio di una figlia, lasciata esanime in una pozza di sangue in soffitta e trascinata con l’aiuto di un paio di complici nel bagno di casa per la vestizione in un telo bianco prima della sepoltura rituale in una fossa preparata con meticolosità. Stessa espressione, stessi tratti somatici, stessa scena muta per Mohammad Tarik, 50 anni, cognato del padre di Hina, zio della ragazza che avrebbe assistito al delitto e collaborato all’occultamento del cadavere. Nelle ore passate per sfuggire alla caccia dei carabinieri i due, in compagnia pare del giovane cognato di Hina, il terzo complice che gli investigatori stanno cercando, avrebbero chiesto ospitalità ad alcuni connazionali che li avrebbero però convinti a costituirsi. Resta il fatto che oltre alle macchie di sangue, evidenziate dal luminol dei carabinieri della scientifica nella casa che si affaccia sulla provinciale a Sarezzo, ci sono, alle spalle di Muhammad Saleem, altre macchie documentate nei faldoni delle caserme dell’Arma di mezza Val Trompia. Denunce che Hina aveva fatto, (ma poi, sempre ritirato qualche giorno dopo) contro il padre e altri parenti per le botte con cui il clan si illudeva di “raddrizzarla” e distoglierla dal piercing, dalla minigonna, dai sogni della deprecabile, agli occhi del capofamiglia, vita occidentale. Una vita che oramai l’aveva conquistata, anche grazie all’amore per il suo uomo italiano e cristiano, Giuseppe Tempini, carpentiere di Brescia, con il quale, in gran segreto, si era addirittura decisa ad andare a convivere, almeno saltuariamente. Percosse e fors’anche una tentata violenza carnale che avrebbe, ancora una volta subìto dal padre, quando aveva sedici anni. Così, fino alla maggiore età la vita di Hina era stata prudentemente messa al riparo in una comunità d’accoglienza.
Ma poi. Poi quando era tornata in società , illudendosi di scegliere spavaldamente il proprio destino come tutte le ragazze della sua età, aveva ricominciato a combattere la sua battaglia persa in partenza. Una battaglia che si è fermata davanti a due valigie preparatele dal padre dove avrebbe dovuto mettere le sue cose, non certo la minigonna, e partire per il Pakistan per andare in sposa ad uomo che non amava, ma a cui l’aveva promessa il padre Muhammad. Il rifiuto, l’ultimo disperato tentativo di ribellione. Il resto è già abbondantemente noto. Anche se quando e se mai si deciderà a parlare, potrà raccontarlo nei macabri dettagli solo questo padre ossessionato. Al suo legale, l'avvocato bresciano, Alberto Bordone, che lo ha assistito nel primo incontro col pm Guidi, Muhammad Saleem è apparso «tranquillo e consapevole delle accuse che gli vengono mosse».
Nella mattinata di oggi il legale tornerà a incontrare il suo assistito nel carcere di Canton Mombello, nel centro di Brescia, dove Muhammad Saleem è stato rinchiuso.
Ieri mattina a Sarezzo, è sbocciato un fiocco rosa in una delle casette vicine al luogo di questo delitto agghiacciante. Vediamoci un innocente segnale. Come se Hina avesse voluto passare il testimone della sua voglia di libertà a una nuova creatura.