«I militari birmani hanno paura ma non ne abbiamo approfittato»

Viaggio nella «terra libera» controllata dai guerriglieri Karen, nella grande attesa di un ordine d’attacco che non arriva mai

da Kler Law Seh (Birmania Or.)
Il cielo è un batuffolo d’ovatta precipitato al piano di sotto. Glassa di nebbia e pioggia spalmata sul verde della giungla. I guerriglieri karen galleggiano come minuscoli hobbit tra le onde di fango e le cascate d’acqua, affondano tra le felci e le foglie di banano, riemergono avvinghiati al solco rossastro che fende foresta e collina. Passin passetto si scivola e si sale.
Ba Wa con una mano stringe la cerata verde, con l’altra il kalashnikov. «No feal, no burmese heale, only kalen...». Lo sbiellato anglo-borbottio è un po’ rassicurazione, un po’ orgoglio. Rassicurazione perché ogni tanto i birmani fin qui ci arrivano. Orgoglio perché questi fazzoletti di terra oltre il confine thailandese sono quanto resta di Khaw Thoo Lei, la «terra dei fiori» o, secondo l’altra traduzione autorizzata, la «terra libera dal male». Di certo non è più la terra «libera» dai birmani. Qui, alla fine degli anni ’70 e agli inizi degli ’80, s’aprivano sentieri e piste controllate per centinaia di chilometri dai guerriglieri dell’Esercito di Liberazione Karen. Maw Klow Khi, un’ora di pista alle nostre spalle, era una delle porte d’accesso al regno di questi furetti indipendentisti in lotta dal 1949 contro le varie dittature militari di Rangoon. «Maw Klow Khi era tutto nostro, si stava bene - ricorda Ba Wa -, i birmani erano lontani, molto più lontani di adesso». Erano i tempi d’oro. Certo c’era la guerra, ma poco importa. È iniziata nel 1949 e non c’è Karen che non l’abbia vista e combattuta. Ba Wa aveva 14 anni, suo padre era appena caduto in battaglia, lui era stato adottato dal generale Bo Mya, il leggendario capo militare dei Karen. Ma a Maw Klow Khi i traffici fiorivano. Tra le guglie di roccia ricoperte di vegetazione faticavano i portatori con i frigoriferi e le lavatrici in spalle. Erano i tempi del dittatore Ne Win, del tiranno profeta della «via birmana al socialismo». Qualunque oggetto più moderno d’una lampadina arrivava dalla Thailandia, pagava dazio alle porte dei territori karen.
«Non avevamo problemi d’armi, non ci mancavano i proiettili, non dovevamo implorare i thailandesi per passare il confine, quella volta eravamo padroni della nostra terra. Padroni di Khaw Thoo Lei», sospira il maggiore Bu Po. Ha 35 anni, è il vice comandante del 201° battaglione e di certo non ha vissuto i tempi felici. Li ha solo sentiti raccontare. Dal 49enne Ba Wa, dal maggiore Saw Wi, il 70enne, indomito, testardo veterano che gli sta accanto. Siedono in circolo, accovacciati nella pioggia, rannicchiati sotto i teli verdi, rincorrono la memoria e sembran bambini alla guerra. Elfi della giungla sommersi da giberne e kalashnikov, folletti guerrieri prigionieri dei loro sogni di libertà. Saw Wi scava nei ricordi, disegna con un dito le colonne di camion ed elefanti, le travi di teak in discesa dalle colline. Ora ne arriva un carico al giorno ed è grasso che cola. Quel tempo era un flusso continuo, l’oro verde che finanziava le casse dei karen. Ora i thailandesi lo comprano lo stesso, ma direttamente dalle aziende dei generali birmani e agli hobbit di Kawthoolei non resta che favoleggiare dei tempi andati e delle occasioni perdute. L’ultima, il maggiore Bu Po ne è assai convinto, è solo di qualche giorno fa. Al pensiero quasi si mangia le dita.
«Dovevamo attaccare subito, dovevamo colpire mentre a Rangoon manifestavano... Questi qui sarebbero scappati o avrebbero tradito... Sarebbe stato tutto più facile e più veloce». Non lo racconta tanto per dire. L’ha saputo dai suoi nemici, dagli ufficiali e dai soldati del 205° battaglione birmano, un’ottantina di militari acquattati nella base sopra il villaggio di Maw Ki. Bu Po c’è andato con i suoi uomini martedì scorso. «Il capo del villaggio ci aspettava, aveva un messaggio del comandante birmano, mandava a dire di trovare un’intesa, di non attaccarli, di aspettare, perché al momento buono lui e i suoi erano pronti a passare dalla nostra parte». Per Bu Po era il momento buono per attaccare, ma dal quartier generale karen non sono arrivati né ordini né risposte. Lui non s’è mosso e s’è già pentito. «Non si possono arrendere, non possono farlo, il regime tiene in ostaggio le loro famiglie, se consegnano le armi senza combattere le loro mogli e i loro figli finiscono in prigione o muoiono di fame... Tengono le posizioni solo per questo, solo perché hanno il guinzaglio al collo, ma quando possono c’implorano di trovare un’intesa, di non sparare, di sopravvivere così».
Bu Po non vuole far la fine di un qualunque capitano Drogo, non vuole attendere una guerra e una vittoria che non arriverà più. Non ha potuto attaccare la guarnigione che gli tiene testa, ma ha lanciato un manipolo di hobbit a intercettare un’unità birmana in ritirata. Sono scivolati tra la pioggia e la giungla, l’hanno incontrata nella notte. «Ne abbiamo uccisi quattro e feriti una decina, a pochi chilometri da qui, non è stato difficile, pensavano solo a scappare, il loro morale era a terra. Se avessimo continuato si sarebbero ritirati anche gli altri... Ora forse è troppo tardi. A Rangoon l’opposizione ha perso un’altra volta la partita, i templi sono vuoti, i monaci in prigione e noi siamo ancora qui. Ci siamo lasciati scappare un’occasione. La prossima volta non aspetterò più gli ordini dei miei comandanti».