I militari italiani cominciano a lasciare Nassirya

Via anche gli elicotteristi dell’Esercito. Destinazione: Afghanistan

Andrea Nativi

Sono rientrati in Italia dall'Irak i 130 marò del reggimento San Marco che costituivano l'elemento principale della presenza della marina militare nell'operazione Antica Babilonia. Si tratta di un ridimensionamento del nostro contingente la cui consistenza rimane al di sopra delle 3.000 unità. La compagnia del San Marco aveva completato il proprio turno di quattro mesi a Nassirya, si è deciso di rimpatriarla senza rimpiazzarla. La riduzione del contingente italiano dovrebbe comunque iniziare a settembre. La prima occasione sarà già alla fine di agosto, quando è previsto il rimpatrio della Brigata paracadutisti Folgore, che si avvia a completare il proprio periodo. Contemporaneamente anche gli elicotteristi dell'Aves, l'aviazione dell'esercito, schierati a Tallil, preparano mezzi e bagagli per un trasferimento, che riguarda la componente da trasporto pesante, con i CH-47: solo che in questo caso non si torna in Italia, ma ci si sposta in Afghanistan, per supportare adeguatamente il comando Nato Isaf del quale l'Italia ha assunto il comando lo scorso mese.
Le Forze Armate e in particolare l'esercito stanno infatti compiendo uno sforzo davvero straordinario: i quasi 10.600 militari impegnati in 28 missioni all'estero, in 20 diversi Paesi, della prima decade di agosto cresceranno presto ad oltre 12.000 e questo richiede una attenta calibrazione nello schieramento di uomini e mezzi, nella preparazione delle turnazioni e nel supporto logistico dei vari contingenti.
Indubbiamente per «Antica Babilonia» si avvicina il momento in cui si potrà avviare una prima, parziale riduzione di uomini e mezzi. Questo perché la situazione generale nella provincia di Dhi Qar, dove sono schierati i nostri militari, è relativamente tranquilla. Non a caso il governo iracheno ha incluso Nassirya tra le 9 città principali di cui le forze di Bagdad assumeranno il controllo, con la necessaria gradualità.
I nostri militari hanno svolto in Irak un ottimo lavoro, sia addestrando oltre 6.000 uomini delle forze di polizia locali e dei reparti della guardia nazionale e dell'esercito, come la 72ª Brigata, sia collaborando ed aiutando le autorità e le comunità locali.
Diventa quindi ragionevole alleggerire il dispositivo militare italiano, in accordo con il comando di divisione britannico di Bassora. Ed è significativo che un primo passo in questa direzione possa essere compiuto proprio quando ci si avvicina al traguardo del referendum costituzionale, che si terrà a metà ottobre. Si prevede infatti un progressivo innalzamento della tensione e del livello della violenza, visto che la guerriglia farà di tutto per ostacolare questo nuovo passo avanti verso la democrazia ed il ritorno alla normalità. I comandi americani stanno aumentando le proprie forze, fino a sfiorare quota 160.000 unità. Nel contempo però le forze irachene dovrebbero poter svolgere un ruolo più significativo, almeno nelle aree più tranquille. Questo vuol dire che i soldati alleati potranno essere concentrati dove serve davvero, aumentando ancor di più la pressione sugli insorti.
E se si parla di exit strategy, ci si guarda bene dal fissare date e livelli di forza: le riduzioni potranno avvenire solo se le forze del governo di Bagdad cresceranno come sperato in quantità e qualità e se la guerriglia non riuscirà ad accrescere la propria efficacia militare. Queste sono variabili che è possibile influenzare solo fino ad un certo punto. Procedere invece ad un ritiro secondo una tabella di marcia stabilita a priori, prescindendo dalle effettive condizioni di sicurezza in Irak rischierebbe di compromettere quanto faticosamente costruito da maggio 2003 ad oggi e di gettare il Paese nel caos. E non è un caso se l'Onu ha recentemente esteso di un altro anno il mandato delle forze internazionali che operano in Irak.