I militari italiani sulla strada dei talebani

Il portavoce degli alpini: «Su di noi fuoco improvviso» E ora per gli stranieri torna l’incubo dei rapimenti

I talebani si stanno spostando verso Kabul per sfuggire alla pressione militare americana più a sud e si trovano di fronte i soldati italiani, l’ultima barriera prima della capitale. Lo dimostra lo scontro a fuoco dell’altra sera durante il quale è rimasto ferito un caporalmaggiore degli alpini. Attacchi in aumento, segnalazioni di gruppi sempre più numerosi di ribelli e addirittura posti di blocco messi in piedi dagli stessi talebani dovrebbero far suonare un campanello d’allarme al nostro contingente a Kabul.
Non a caso la perlustrazione della valle di Mushai, dove è avvenuto il «contatto» con le forze ostili, era stata pianificata con ben 17 mezzi che trasportavano in tutto una quarantina di uomini. «Alle 23.30 di domenica sera, ora locale, una coppia di mezzi è stata ingaggiata dal tiro di armi automatiche. La formula era quella dell’imboscata» spiega il capitano Eros Correa, portavoce del 5° reggimento alpini in missione a Kabul. I due mezzi stavano transitando su una rotabile che percorre tutta la valle. Gli alpini hanno risposto al fuoco sia con le armi individuali, sia con le mitragliatrici pesanti in dotazione ai mezzi. Il caporale Antonio Nughes, 23 anni, originario di Sassari, è sceso dal mezzo assieme agli altri alpini per sparare sul nemico. Grazie ai visori notturni i soldati italiani tiravano nel buio pesto della notte afghana verso le sorgenti di fuoco. Un proiettile talebano ha trapassato la coscia destra di Nughes senza ledere alcun vaso sanguigno importante o provocare fratture. «C’è stato qualche minuto di fuoco e poi i mezzi si sono sganciati per raggiungere un luogo sicuro» fa notare il portavoce da Kabul. Un elicottero francese è intervenuto per trasportare il ferito all’ospedale militare della capitale. I chirurghi francesi lo hanno operato durante la notte e ora le condizioni generali del caporale «permangono buone» secondo gli stringati comunicati della Difesa.
La valle di Mushai, come quella di Char Asyab, sotto controllo italiano, sono pericolosamente attaccate alla provincia di Logar, un ex feudo pashtun di Gulbuddin Hekmatyar, il tristemente famoso signore della guerra alleato dei talebani. La scorsa settimana i rapporti dell’intelligence, in possesso del Giornale, indicavano che «un alto numero di Aog (acronimo utilizzato per i talebani nda) stanno entrando nella provincia» di Logar confinante con la prima linea italiana. Non solo: i fondamentalisti in armi «hanno recentemente messo in piedi una serie di posti di blocco illegali in vari distretti». Viaggiare lungo la strada Kabul-Gardez è vivamente sconsigliato. Il rischio è di essere presi in ostaggio ai posti di blocco volanti dei talebani, oppure saltare in aria su una trappola esplosiva. Il 21 agosto un ordigno piazzato dai talebani ha distrutto un ponte nel distretto di Pul i Alam e gli attacchi alle forze di sicurezza afghane sono continui. Anche a Kabul sono stati registrati nell’ultima settimana di agosto almeno tre attentati significativi, uno dei quali compiuto da un kamikaze con una macchina minata contro soldati della missione Nato in Afghanistan. Il 24 agosto un razzo Bm1 che doveva colpire l’ambasciata americana è invece finito nel giardino dell’ospedale Wazir Akbar Khan.
I talebani si sono spostati verso la provincia di Logar e il distretto di Sorobi, in direzione della capitale, ripiegando dalle province sud orientali dove gli americani stanno assestando duri colpi alla guerriglia. Nella valle di Mushai e Char Asyab abbiamo già perso tre alpini, lo scorso anno, uccisi da trappole esplosive radiocomandate. A cercare di controllare l’area per fermare le infiltrazioni dovrebbe pensarci la polizia afghana che stiamo addestrando e dallo scorso ottobre abbiamo equipaggiato con uniformi, radio e fuoristrada. Purtroppo sono pochi, mal pagati e asserragliati in una serie di fortilizi, soprattutto con il calare del buio.