I militari turchi: alt all’integralismo islamico

Marta Ottaviani

I problemi andavano avanti da mesi. Ma ormai, in Turchia, è scontro aperto fra il governo di Ankara e la parte più laica del Paese, ossia l’establishment militare e il Presidente della Repubblica. Una situazione delicata, esplosa per la prima volta settimana scorsa, quando il generale Ilker Basbug, comandante delle forze di terra turche, aveva detto che il Paese è in serio pericolo, perché l’influenza degli ordini religiosi all’interno della vita politica sta crescendo in maniera esponenziale. Basbug aveva anche aggiunto che le riforme adottate da Atatürk rischiano di esser completamente dimenticate.
E ieri il generale Yasar Buyukanit, Capo di Stato maggiore delle forze armate turche, ha rincarato la dose. L’alto ufficiale, nel suo discorso all’Accademia di Guerra a Istanbul, ha detto: «Si può negare che in Turchia la laicità sia sotto un forte attacco? Si può negare che ci siano coloro che vogliono ridefinire il secolarismo? Si può negare che questi ultimi occupino le più alte cariche pubbliche? Se non potete rispondere sinceramente no a queste domande significa che in Turchia esiste la minaccia della irtica (termine utilizzato per indicare le forze reazionarie fondamentalista, ndr) e che bisogna prendere urgentemente qualsiasi tipo di provvedimenti per fermare il fondamentalismo islamico». Le dichiarazioni del numero uno dei militari turchi sono un attacco frontale al governo di Recep Tayyip Erdogan ma avrebbero come destinatario anche l’Unione Europea. Con il suo discorso, infatti, Byukanit intende riaffermare il ruolo dei militari in Turchia come difensori della laicità e della democrazia dalla minaccia fondamentalista islamica contro le richieste europee di mettere fine a ogni ruolo politico dei militari. Fino a questo momento le alte cariche delle forze armate si erano limitate a svolgere un’attività di controllo sull’operato del governo guidato da Erdogan e dal suo Partito per la giustizia e lo sviluppo (Akp) di orientamento islamico-moderato.
Chi da mesi non tace e non perde occasione per richiamare il governo ai principi di Atatürk, che nel 1923 fondò la Turchia moderna, è il presidente della Repubblica Necdet Ahmet Sezer, eletto nel 2001. Ex presidente della Corte Costituzionale, convinto sostenitore dell’ingresso del Paese nell’Ue, il suo rapporto con il premier Erdogan è stato segnato da quattro anni di scontri e litigi. Due giorni fa, in occasione dell’ultimo discorso per l’inaugurazione dell’anno parlamentare, Sezer ha parlato apertamente di ritorno della minaccia fondamentalista. «Il pericolo di una reazione islamica - ha detto - è la più grave minaccia per la nostra sicurezza interna. Quelli che non lo capiscono dovrebbero analizzare come la vita dello Stato è cambiata negli ultimi 20 anni. È quanto mai evidente che anche oggi, il fondamentalismo non ha cambiato il suo obiettivo, che è quello di minare le basi della nostra democrazia e della nostra Repubblica». Sezer ne ha approfittato anche per esprimere tutta la sua preoccupazione per la crescente politicizzazione degli ambienti giudiziari.
Parole che sono piaciute poco al premier Erdogan, che ieri si trovava a Washington per incontrare il presidente George W. Bush. Il primo ministro ha negato che in Turchia esista la minaccia del fondamentalismo religioso, sottolineando che il suo governo monitora costantemente la situazione e che l’era della diarchia, ossia del potere politico accanto a quello dei militari, è finita.
Ma nell’ultimo anno e mezzo la situazione è diventata molto tesa. Riforme come il nuovo codice penale e la normativa sulla sicurezza sociale, aspramente osteggiate da Sezer, hanno contrapposto due modi diversi di concepire lo Stato. Quando, nell’aprile scorso, fu da decidere il nuovo governatore della Banca Centrale turca, si arrivò quasi allo scontro istituzionale perché, secondo molti media, Erdogan aveva cercato di metter a capo dell’istituzione esponenti della «finanza verde», vicini agli ambienti religiosi del Paese, e Sezer glielo aveva impedito. Fino alle dichiarazioni, tre mesi fa, del presidente del parlamento, Bulent Arinc, militante nell’Akp, che parlava di necessità «di ridefinire il secolarismo in Turchia».