I militari Usa via dall'Irak: Bagdad lasciata nel caos, Obama: "Missione finita"

Domani Obama pronuncerà il discorso per celebrare il ritiro
delle truppe. Intanto Bagdad è ancora senza governo e Al Qaida è tornata a
spargere sangue. E i vertici militari: "Ancora da fare"

Washington - Il suo predecessore sparò quel celebre «missione compiuta». Lui dirà soltanto «promessa rispettata». Il senso non cambia. Durante la visita a Fort Bliss e nel discorso dallo Studio Ovale con cui domani sera celebrerà la fine delle operazioni di combattimento in Irak, il presidente Barack Obama cercherà di vendere agli americani la stessa illusione. Con una piccola differenza. George W. Bush, nel bene o nel male, si prefiggeva di cambiare il mondo, sconfiggere il terrorismo e difendere l’America. Obama punta a meno. S’accontenta di far credere d’aver mantenuto le promesse elettorali. Desidera soltanto spegnere l’emorragia di consensi che rischia di trasformare le elezioni di metà mandato, a novembre, nella «via crucis» della sua presidenza. Un’impresa non facile neppure per un oratore del suo calibro. La fine delle operazioni di combattimento in Irak - chiuse con quasi due settimane di anticipo rispetto alla scadenza del 31 agosto - mostra già adesso la sua labile precarietà. Nei giorni seguiti al ritiro delle truppe combattenti, conclusosi il 19 agosto, Al Qaida è tornata a mettere a segno sanguinosi attentati in almeno 13 città uccidendo una sessantina di iracheni. Quella drammatica provvisorietà rischia non solo di trasformare in fallimento i successi conseguiti grazie al «surge» del generale David Petraeus, ma anche di aprire le porte a un fallimento geo-strategico gravido di conseguenze per l’immagine della potenza americana. Obama non se ne cura molto. Durante la campagna elettorale definiva la missione irachena una «fastidiosa distrazione». Da allora non ha mai cambiato opinione. Mentre mette a punto uno dei discorsi cruciali della sua prima parte di mandato, il presidente continua a ignorare gli avvertimenti di generali e consiglieri militari che raccomandano un ripensamento sull’Irak e un calendario più flessibile sull’Afghanistan. La coriacea determinazione con cui Obama punta a vendere l’idea della «missione compiuta» risulta evidente già nell’intervento settimanale via radio e via internet di sabato scorso. «Da candidato a questo mandato avevo promesso di metter fine a quella guerra e da presidente lo sto facendo», ripete ricordando che «la guerra in Irak sta finendo» e che il governo di Bagdad è ormai in grado di «seguire il proprio corso». Le due rassicurazioni scelte per dimostrare la propria lungimiranza sono entrambe false. In Irak non soltanto non esiste un governo in grado di «mantenere il proprio corso», ma neppure un governo. Da marzo a oggi i due vincitori delle elezioni, il premier Nuri Al Maliki e lo sfidante Ayad Allawi, non sono riusciti a metter in piedi un esecutivo. E Obama non ha concesso il minimo credito a chi suggeriva di trovare una soluzione alla crisi politica prima di abbandonare Bagdad al proprio destino. La bugia più evidente, smentita dalle cronache delle ultime settimane, è quella secondo cui la guerra starebbe finendo. Guerra e minaccia terroristica sono al contrario appena ridivampate. Gli attentati e gli attacchi - concentrati per ora nel Triangolo sunnita - rischiano di estendersi ben presto a quel meridione sciita dove le milizie estremiste manovrate da Teheran contendono al governo il controllo di città, territorio e istituzioni. Il primo a contraddire il rassicurante presidente Obama è il generale Ray Odierno, comandante delle truppe americane nel Paese. «In Irak ci sono ancora tanti pericoli e tante persone ancora pronte attaccarci, e questo tutti lo sanno», rimarca da giorni il generale arrivato al termine del proprio mandato. Il concetto è ribadito anche dal capo dello staff anti-terrorismo della Casa Bianca, John Brennan. «In Irak c’è ancora molto da fare per permettere – ripete da giorni - che la sicurezza prevalga e possa durare». Obama in preda alle smanie elettorali non dà retta neppure a lui. «Da quando sono alla presidenza – ha detto sabato - abbiamo portato a casa più di 90mila soldati e chiuso centinaia di basi, gli iracheni sono già avviati sulla strada della sicurezza». Parole smentite ogni sera dalle immagini di sangue, orrore e attentati.