I ministri al Gay pride sposano la protesta contro il loro premier

I rappresentanti del governo sfilano al corteo che rimprovera l’esecutivo: &quot;Per gli omosessuali non avete fatto nulla&quot;. Va in scena lo show dei nudi e dei travestiti: <strong><a href="/a.pic1?ID=186295">&quot;Sinistra, non ti votiamo più&quot;</a></strong>

da Roma

Sì, fa un certo effetto. Vedere sfilare in corteo i ministri della Repubblica del governo Prodi, mentre uno degli slogan più gettonati dello stesso corteo era proprio «Prodi Babbeo/ Beccati sto’ corteo!». E mentre uno dei messaggi che attraversa Roma insieme al Gay pride è un interminabile rimprovero della comunità omosessuale al governo, «per noi non avete fatto nulla» (ripetuto in ogni angolo e in ogni striscione). E fa ancora più impressione, dunque, scoprire che i tre «ribelli» che hanno deciso di partecipare comunque malgrado la calorosa direttiva «antipiazza» emanata dal governo dell’Ulivo e dal suo premier, siano rimasti gli unici a mantenere un minimo legame di contatto con un blocco di elettorato che da sempre si è sentito più vicino al centrosinistra e che ora si considera tradito e offeso da atteggiamenti ondivaghi e ambigui. Eppure a Prodi, nel suo periodo più nero, è riuscito anche questo paradossale boomerang comunicativo: ieri la presenza di Alfonso Pecoraro Scanio, di Paolo Ferrero di Barbara Pollastrini, e di alcuni sottosegretari dell’Unione (ad esempio Luigi Manconi) non è sembrata una serena prova di testimonianza civile, ma un gesto di trasgressione politica.
Pollastrini a sorpresa. Ed è stato, in qualche modo, uno «strappo» maturato a sorpresa proprio per le polemiche della vigilia. La ministra delle Pari opportunità dei Ds, per esempio, ieri aveva inviato una lunga lettera di saluto che pareva il preludio di un forfait annunciato. E invece, proprio in virtù delle polemiche, la Pollastrini ha deciso di non tirarsi indietro. Già all’ora di pranzo il tam tam ufficiale dei portavoce annunciava la sua presenza: alle 16.00, puntualissima, si è fatta assalire dai fotografi di buon grado, e ha spiegato: «Sono qui come ministro per i Diritti e le Pari opportunità per lanciare un messaggio a chi c’è e a chi non c’è: serve dialogo, ascolto, umanità. Bisogna buttare giù i ponti levatoi per riconoscere e costruire insieme una nuova idea di bene comune».
Il bis di Ferrero. E che dire di Paolo Ferrero? Anche lui ieri aveva stroncato le speranze dei partecipanti con un comunicato che non lasciava troppe speranze: «Vorrei essere lì con voi.... ma sono impegnato in Calabria, a Riace nella Locride, per un’iniziativa sul tema dell’accoglienza». Ovvio che dopo queste parole nessuno si aspettasse di vederlo palesarsi, a Porta San Paolo addirittura in anticipo rispetto alla partenza del corteo. Invece, nello stupore dei ministri, che gli si sono stretti intorno come un nugolo di mosche, ieri il ministro di Rifondazione ha fatto esattamente come la Pollastrini. Dice che non ci va, e poi in piazza spiega: «Quando si chiedono diritti e libertà è giusto sostenerle. Questo corteo non le chiede solo per gli omosessuali, ma per tutti, ed è per questo che è giusto essere qui oggi».
L’ironia di Pecoraro. Persino Alfonso Pecoraio Scanio, il ministro che più di tutti aveva rivendicato la sua presenza alle manifestazioni fin dal 2000, l’altroieri non aveva sciolto la prognosi, dicendo che era «giusto sostenere il corteo». Anche lui ieri è arrivato a Piazza Ostiense quasi a sorpresa: «Sì, ci siamo anche quest’anno: mi sorprende il dibattito che c’è in Italia quando questa iniziativa si fa in tutto il mondo e a New York sfilano insieme Hillary Clinton e il sindaco di destra». E poi, con un sarcasmo che forse era dedicato a qualche alleato di maggioranza più che ai critici di centrodestra: «Mentre sul Gay Pride la Chiesa ha correttamente evitato polemiche, alcuni politici si dimostrano più papisti del Papa».
Craxi & Manconi. A questa pattuglia si sono aggiunti Bobo Craxi, sottosegretario agli Esteri socialista, e un altro diessino, il sottosegretario alla Giustizia Luigi Manconi, anche lui attento ai precedenti: «Partecipo da quindici anni, non c’era alcun motivo al mondo per non farlo anche quest’anno». Già nessun motivo, se non che «i ribelli», con il loro gesto, hanno dato una prova involontaria della debolezza del premier.