I ministri lo sfiduciano: "Segua il programma". Solo Bonino lo difende

Prodi tace, la sinistra scarica Padoa-Schioppa: non rappresenta l’Unione. Ferrero: così Berlusconi torna al governo per 20 anni

Roma - La torre di Babele poteva essere paragonata a un collegio svizzero se confrontata allo spettacolo che hanno offerto ieri i partiti dell’Unione. La maggioranza di centrosinistra, dinanzi alle sollecitazioni del ministro dell’Economia, Tommaso Padoa-Schioppa («O si trova un accordo sulle pensioni o resta la legge Maroni»), ha mostrato il suo solito volto: quello del tutti contro tutti. Ministri, sottosegretari e leader politici si sono scagliati contro Tps, difeso solo dall’ala liberal della coalizione. La sarabanda non ha smosso il premier Prodi che è restato in silenzio e non ha preso posizione.
Ferrero vs Bonino. «Abbiamo scritto nel programma che lo scalone andava abolito. Ci era chiarissimo che quello è un intervento che ha un costo dato. Questo è il motivo per cui sostengo che una parte significativa dell’extragettito debba finire nelle spese sociali». Il ministro della Solidarietà sociale, Paolo Ferrero (Prc), non ha voluto sentire ragioni, anzi ha pure denunciato «il grave ritardo nell’abolizione della legge Biagi». Di tirare la cinghia non se ne parla: «Non vorrei riportare Berlusconi al governo per venti anni: il governo in questo Paese non ci sta solo per risanare il deficit». Un’uscita subito rintuzzata dal ministro per il Commercio internazionale, Emma Bonino. «Il metodo delineato dal ministro Padoa-Schioppa può consentire un sostanziale progresso verso un sistema più equo socialmente ma anche più equilibrato dal punto di vista economico», ha dichiarato il ministro. Lanciando un avvertimento alla sinistra radicale. «Se nel governo qualcuno cerca scappatoie, rimette in discussione i conti e vuole spendere anticipatamente risparmi che non sono certi, il risultato sarà che arriveremo al Dpef con un sostanziale fallimento della concertazione».
Bindi vs Tps. «Lo scalone va eliminato perché è all’origine di penalizzazioni». Il ministro per la Famiglia, Rosy Bindi (Dl), non è stata veemente come Ferrero, ma ha liquidato «i modi che possono sembrare sbrigativi» di Padoa-Schioppa richiamando il governo a non sottrarsi al confronto con le parti sociali. Un giudizio che lascia poco spazio a una mediazione che si avvicini alle tesi dell’ex banchiere centrale.
Impasse. Palazzo Chigi non ha fatto nulla per mascherare questa impasse. Nemmeno quando il sottosegretario al Lavoro, Rosa Rinaldi, ha difeso Ferrero. «Le parole di Padoa-Schioppa non esprimono una posizione collegialmente assunta dal governo e rappresentano uno strappo dal programma», ha detto. Una bordata alla quale il ministro per l’Attuazione del programma, il prodiano Giulio Santagata non ha trovato nulla di meglio che replicare: «Speriamo di arrivare a un menu condiviso che non può risolvere tutti i problemi in un sol colpo, non ci sono le risorse». Ma se questo è l’antipasto, sarà difficile arrivare all’ammazzacaffè.
Sconfessioni. Rinaldi non è stata la sola a discutere l’autorevolezza del titolare del Tesoro. «Le dichiarazioni di Padoa-Schioppa non rappresentano né la posizione dell’Unione né la posizione del governo». Non lo hanno detto i soliti peones, bensì i capigruppo di Rifondazione e del Pdci della Camera, Gennaro Migliore e Pino Sgobio, e del Senato, Giovanni Russo Spena e Manuela Palermi. Concetti ribaditi anche dal segretario di Viale del Policlinico, Franco Giordano. «Per ottenere il sì di Rifondazione - ha affermato - bisogna cominciare dal rispetto del programma; bisogna cioè abbattere integralmente lo scalone». Manca solo una mozione di sfiducia individuale.
Difese. Il ministro sfiduciato dalla sinistra radicale è stato difeso dalla Rosa nel Pugno. Il segretario dello Sdi, Enrico Boselli, ha sottolineato che «quello di Padoa-Schioppa è un esercizio di buon senso da cui è difficile dissentire», mentre il leader storico dei radicali, Marco Pannella, ha tuonato contro Rifondazione. «Pretendono di essere la golden share di questo governo, sappiano che se non si fa la riforma delle pensioni non si farà neanche quella del welfare». La Margherita non ha mosso un dito: con Rutelli in rotta con Prodi per la questione Ici era difficile aspettarsi un caloroso sostegno a Tps. Per i Ds ha parlato il responsabile economico Antonello Cabras ricordando che «non si può partire dal presupposto che i coefficienti non si possono toccare». La battaglia è appena cominciata, ma a meno di convenienze politiche dell’ultima ora, è difficile ipotizzare che Quercia e Margherita siano così mansuete come sulla passata Finanziaria tutta tasse. Prodi non parla convinto che, come al solito, il tempo giochi a suo favore.