I misteri della cantina blindata tra rottami, computer e segreti

Il papà di Tommaso ha affittato il locale. All’interno un divano, un’automobilina giocattolo, una lampada e videocassette. I vicini: «È venuto qui anche nei giorni del rapimento»

nostro inviato a Parma
Erano nascosti in parte qui, dietro una pesante porta di metallo grigio, molti dei segreti di un’esistenza insospettabile, di una vita che sembrerebbe amministrata con la partita doppia. Di qua il libro contabile ufficiale, quello da esibire a testa alta, alla luce del sole, con tutte le sue voci incolonnate bene in ordine: famiglia, figli, lavoro, religiosità. Di là, nel buio custodito da quella lastra di ferro spessa più di un centimetro e resa inviolabile da due serrature più un impianto d’allarme, ci sarebbe stato invece il brogliaccio delle passioni e delle pulsioni inconfessabili. E, forse, anche delle attività professionali parallele, quelle extra moenia, per arrotondare il bilancio. Appare così, almeno fino a prova contraria.
Perché dopo giorni di interrogatori serrati, di lavorìo ai fianchi, quasi di assedio psicologico condotto dagli inquirenti nei confronti suoi e della sua famiglia, toccherà ora a Paolo Onofri, il papà del piccolo Tommaso strappato otto giorni fa dalla sua casa nelle campagne alla periferia di Parma, allontanare da sé una montagna di sospetti infamanti. Sussurri che soffiavano da giorni, qui a Parma, portati dal vento freddo nei bivacchi itineranti dei cronisti, dei fotografi e degli operatori tv in un perenne pendolarismo tra Questura, Procura e il cascinale di Casalbaroncolo.
Sussurri che però la notizia diffusasi ieri mattina, di un’indagine per pedopornografia aperta nei suoi confronti, ha trasformato in grida. Quelle di incredulità e di orrore levatesi all’unisono in città come in tutto il Paese. Orrore che lui, Onofri, raggiunto telefonicamente, respinge seccamente. «Sono le solite storie. In quel pc non c’è niente di diverso da quello che c’è nel computer di milioni di persone che si collegano a Internet - dice lui -. Quanto alla cantina, ci tenevo solo rottami e il sistema d’allarme non funziona nemmeno. Quando ho cambiato casa avevo bisogno di spazio per tenerci un po’ di roba e così l’avevo affittata», spiega il papà di Tommy aggiungendo quello che ripete peraltro da otto giorni: «A me interessa soltanto riportare a casa mio figlio». Un pc come tanti, dice lui, ma in quella cantina gli uomini del Ris hanno trovato anche un’automobilina giocattolo, un divanetto, una lampada e alcune videocassette.
«Io non ci credo, non ci voglio credere», si schermisce una sua collega dell’ufficio postale di via Montebello. Aggiunge che da regolamento i dipendenti dell’azienda giallo-blù non sono autorizzati a rilasciare dichiarazioni. Ma i sentimenti, quelli non li puoi nascondere. Così, quando la informi che in quei tre pc sono state trovate, e solo fino a ora, le tracce di accesso a 391 siti porno che hanno come protagonisti dei bambini, i suoi occhi verdi si colmano di emozione, mentre le mani li vanno pudicamente a coprire. Grazie, molto più di una dichiarazione.
E pensare che la cantina dei segreti, quella dove è stato scoperto il terzo pc di Onofri, si trova - e forse non è un caso - a pochi minuti di strada dall’ufficio postale. Ci si può andare anche a piedi; basta attraversare il cortissimo Ponte Dattaro che scavalca il corso del torrente Parma, imboccare la via per Langhirano e inoltrarsi subito in una delle stradine sulla destra. E si arriva in un quartiere dignitoso, di piccola borghesia, scandito da una toponomastica terra terra, senza né eroi né condottieri - via Enza, via Umile, via Ognibene - e venuto su con l’edilizia frettolosa e sparagnina degli anni Cinquanta. Lì, in via Jacchia 31, tra tante palazzine tutte simili, ce n’è una color nocciola. A piano terra, un negozio vuoto e uno studio di pranoterapia. Oltre il cancello, lungo la rampa che scende verso i garage, si aprono due strette finestrelle dai vetri opachi e blindati (uno con una piccola griglia di aerazione), protetti perdipiù da grosse sbarre d’acciaio trasversali, cementate negli stipiti. Da uno dei battenti spunta fuori anche un cavetto elettrico bianco, che finisce con un piccolo bulbo, forse un sensore del sistema d’allarme. Che infatti c’è, funzionante oppure no, come rivela accanto alla porta un interruttore a chiave protetto da un piccolo sportello a molla. E in mezzo alla lastra di ferro spicca l’occhio indagatore di uno spioncino, di quelli per guardare chi arriva.
Ma chi avrebbe potuto mai bussare a una cantina piena di rottami? E perché tanti chiavistelli, se si trattava soltanto di un deposito di roba vecchia? Comunque, di frequenti rumori metallici provenienti da quella cantina, specie di sera, se ne ricorda bene un’inquilina. «Era come se usassero degli attrezzi - spiega -. Mentre dentro non mi è mai capitato di guardare. Ma so di un’altra signora che un giorno è riuscita a sbirciare dalla porta rimasta socchiusa. E le era parso di vedere due poltrone e un tappeto. Altro non so, mi spiace, ma devo correre a fare la terapia». Di una specie di banco con attrezzi da lavoro si ricorda invece il signor Romolo Marchignoli. «L’ho intravisto una volta, ma sinceramente mi viene in mente soltanto di quello». Quanto a Onofri, «sì, dopo la tragedia che è successa adesso ricordo di averlo visto entrare qualche volta. Ma più di una volta l’avevo notato anche fermo giù in strada, sull’automobile, di fronte a casa».