I misteri di Edith Wharton, la signora in grigio

Se Alfred Hitchcock fosse stato donna, sarebbe stato una specie di Edith Wharton. E viceversa. Fra l'altro, la scrittrice ebbe a lungo sotto mano un sosia (in anticipo) del mitico sir Alfred, quell'Henry James che fu suo solidissimo (e, diciamolo, pesantissimo) punto di riferimento. Mentre il regista visse ancor più a lungo sotto lo stesso tetto con una moglie, la ex miss Alma Reville, alla quale, come a Edith, stare nell'ombra non era di peso, tutt'altro.

Perché i libri di Edith Wharton, come i film di Alfred Hitchcock, sono fatti soprattutto di ombre. Meglio, la luminosità dei salotti sfavillanti, delle ville sontuose, dei giardini rigogliosi, degli ampi orizzonti in cui immerge i suoi personaggi, le serve quasi soltanto come espediente narrativo-pittorico, fra il romantico, il decadente e l'impressionista, per spegnere in rapida dissolvenza le mendaci apparenze dell'alta società e le bugie paludate della celebrità, esaltando, di volta in volta, un doppio gioco sentimentale, un tradimento intellettuale, una crudeltà travestita da dolcezza. L'età dell'innocenza, il suo romanzo più noto, mette dietro il banco degli imputati proprio queste colpe. Ma è nelle prose più brevi che le ombre si esaltano, precipitano nell'abisso, passando dal grigio delle zone indistinte e crepuscolari al nero di china del delitto e della notte. La raccolta più densa, in quest'ottica, è Racconti di uomini e fantasmi (ora riproposta da Elliot). Titolo oltretutto azzeccato perché non si capisce mai bene dove finiscano di far danni gli uomini e dove inizino a evocarli o a minacciarli i fantasmi.

E non a caso, per rinforzare l'inganno della sua finzione istituzionale, quella letteraria, l'autrice introduce spesso nelle trame uno scambio epistolare fra i due personaggi antagonisti. Sono lettere spedite e forse neppure lette che possono deformare una storia d'amore, lettere che raccontano una realtà distorta, lettere di terzi piegate ai propri rispettivi fini, lettere ipotizzate e inesistenti. È come se Edith Wharton, con questi racconti, ci volesse mettere in guardia nei confronti di un potere dittatoriale ed enigmatico che si fa forte della propria immaterialità, il potere del linguaggio. Tutti gli scrittori, in forme diverse ne sono complici.