I misteri di Savona negli anni della «guerra civile»

L'ultimo periodo della così detta «guerra civile» - 1945 - tolto false retoriche od alcune vicende effettivamente onorevoli, sostanzialmente si presenta con i connotati di una sanguinosa caccia ai «vinti» fondata non solo sulla vendetta quanto su di una carica d'odio sconfinante in un delirio ideologico che si espresse in omicidi ed efferratezze con picchi di sadismo e perversione pur nulla togliendo alle convenienze e particolarmente quelle economiche. Cioé, soggetti già moralmente limitati o fanatici di parte, non avendo trovato al momento alcun argine all'indole e comportamento trasgressivi o psicotici, poterono delinquere: infatti, in quel contesto sociale e politico confuso e degenerato non esisteva più un sicuro ed univoco riferimento d'ordine che li trattenesse. Riferimento d'ordine che è «il limite» che deve arrivare da fuori, dall'Autorità. Ma, per buona parte del 1945, chi era ormai più l'Autorità? Non certo il vecchio regime in disfacimento né esisteva ancora un nuovo Ordine bensì una vacatio che consentì ad ogni furia ed anche a quella omicidiaria di scatenarsi impunemente sino ad una sorta di licenza di uccidere. Per gli autori di diversi episodi, esaminati alla luce delle attuali classificazioni criminologiche e criminogenetiche, si potrebbe addirittura individuare lo status di serial killer ideologico o pseudopolitico (v. classificazioni crimini seriali su «Anatomia del serial killer» - De Luca - e su «Tecnica investigativa» - Lavorino-): ovvero trattasi di coloro che attuano l'omicidio contro una sola categoria di persone (nemici) in modo metodico e sistematico, programmato e sotto spinta di impulsi - suggestioni ideal-politiche.
I caratteri menzionati riguardano quindi anche i componenti della banda autrice delle triste vicende comunemente riunite nel titolo «enigma della pistola silenziosa» e che si snodarono tra Savona e Genova.
Soprattutto dopo il 25 aprile 1945 nel savonese vennero compiuti sanguinari misfatti e non solo nei confronti degli ex della ormai defunta Repubblica Sociale ma anche contro benestanti locali o presunti tali.
Da una attenta rilettura dei fatti e delle modalità esecutive, emerge la presenza di una sanguinaria banda politica, organizzata in sistema verticistico, dedita all'omicidio con l'uso di pistola calibro 9 di fabbricazione inglese e munita di silenziatore: materiale paracadutato dagli Alleati alle formazioni partigiane montane della zona. Da una attività informativa operata da collaboratori del Centro Ricerca Criminalistica si é concluso che tale arma, utilizzata «ad hoc» di volta in volta, sarebbe infine stata definitivamente nascosta in qualche sede politica ove ancora potrebbe trovarsi ed anzi, interesserebbe almeno anonimamente recuperarla quale reperto di storia criminale e ciò in buona pace che i delitti per cui fu usata non sono più assolutamente perseguibili.
I vari sforzi investigativi per risolvere gli omicidi che la stampa dell'epoca chiamò «della pistola silenziosa» furono vanificati dalla palese generalizzata omertà e per l'inadeguatezza strumentale da parte dei pochi elementi qualificati all'epoca in servizio presso la Questura di Savona e che comunque si trovavano abbandonati in uno stato di aleggiante intimidazione.
Quindi non si arrivò mai a scoprire nulla: né mandanti né esecutori dei delitti ed ogni prova fu sistematicamente occultata per le coperture di cui godeva quella corrente partigiana localmente più forte dentro la quale tutti sapevano annidarsi gli assassini.
Nel savonese, contestualmente agli eccidi di Cadibona ed Altare ed alla strage causata da una bomba lanciata dentro lo stesso carcere di Sant'Agostino, iniziò una sequela di omicidi e violenze molti dei quali perpetrati per esclusivo evidente motivo economico. Esempio atroce ne fu l'eliminazione dell'intera famiglia del Dr. Domingo Biamonti – un facoltoso professionista che abitava con la moglie, la figlia sedicenne, la domestica ed il cane in una villa dell'entroterra -. Nella notte tra il 14 ed il 15 maggio 1945 tutto il gruppo sparì misteriosamente. Successivamente venne fatta circolare la voce che fosse ospite del campo di concentramento di Segno (Vado Ligure): alcuni conoscenti interpellarono a tal proposito l'allora questore di Savona – in quel momento l'alta funzione era rivestita dall'operaio verniciatore Armando Botta! -, sollecitarono la conclusione delle «indagini» per cui i Biamonti sarebbero stati fermati. Fu risposto in modo tranquillizzante e che, anzi, tutta la famiglia sarebbe stata presto rilasciata. Però, quando si andò con un'ambulanza a recuperarla per riportarla a casa, non la si trovò più. Di fatto, alcuni testimoni racconteranno poi che, quella notte, un gruppo di sconosciuti armati si sarebbe effettivamente presentato alla villa dei Biamonti ma poco dopo avrebbero caricato su delle auto solo alcuni pesanti fardelli: per altro, gli stessi testi narrano di non aver udito alcuno colpo di arma da fuoco né grida.
Solo a distanza di qualche mese ci si accorgerà che nel cimitero di Zinola era sorta una nuova tomba intestata ad un mai vissuto «Tosi» e scavando quel sepolcro vi furono rinvenuti la carogna di un cane ed i corpi decomposti dei Biamonti e della domestica. Per la cronaca, nella villa dei Biamonti contemporaneamente agli abitanti sparirono anche i loro averi. Dalla ricognizione esterna e successivi atti medico legali espletati sui cadaveri si poté stabilire che erano stati attinti da colpi di arma da fuoco: quei colpi che non udì alcuno dei testi successivamente , come vedremo, ascoltati anche in sede giudiziaria.
Fu una pistola con silenziatore che dopo pochi giorni, uccise nell'ospedale di Savona il degente cap. Lorenza che si riteneva al corrente di informazioni sul caso: l'ufficiale era cieco per pregresse ferite e comunque venne seguito all'obitorio da altre persone lui collegate ed uccise tutte con le stesse modalità.
Per fronteggiare una situazione così grave e comunque lesiva alla nuova immagine di Stato, il Ministero degli Interni mandò a dirigere l'Ufficio della Questura di Savona il Commissario di P.S. Amilcare Salemi, giovane funzionario nativo di Cosenza, noto per l'estraneità politica e proveniente dall'Ufficio Stranieri della Questura di Como ove si distinse per l'aiuto offerto a numerosi ebrei perseguitati. Il Salemi inizialmente si dedicò al tentativo di risanamento della Questura che, in pratica, era in mano ad un gruppo di circa 400 ex partigiani tutti già appartenenti a formazioni comuniste. Quindi, iniziò ad occuparsi del caso in questione ed incominciò a procedere verso piste certe giungendo ad individuare mandanti ed esecutori dei delitti sopra raccontati. Ma il segreto che stava scoprendo fu la sua condanna a morte: venne anch'esso assassinato dalla «pistola silenziosa» precisamente la sera del 18 novembre 1946 mentre stava cenando nella saletta riservata di un ristorante centrale della città. Il Commissario doveva essere arrivato molto vicino alla verità: lo dimostra che, contemporaneamente al suo assassinio, sparirono dal suo Ufficio tutti i fascicoli e gli appunti relativi al giallo cui stava lavorando e comunque gli atti non furono mai più ritrovati.
L'impressione per questo delitto fu grande, seguì una imponente mobilitazione dal Ministero del Interni che, tuttavia, non ebbe alcun riscontro degno di nota. Anzi, la pistola silenziosa continuò indisturbata – ne è esempio l'uccisione avvenuta in Vado Ligure di tale Rosa Amodio di anni ventitrè e che qualcosa conosceva circa il caso Biamonti -.
A questo punto, le indagini vennero affidate esclusivamente ai Carabinieri di Genova e l'Arma si impegnò con iniziative di forte serietà delle quali la prima conseguenza fu che il 17 dicembre 1947, verso le ore 20, il cap. Pietro Zappavigna mentre scendeva dall'auto di servizio in piazza della Vittoria di Genova venne raggiunto da una raffica di pallottole partite da una pistola con silenziatore nascosta dietro il colonnato della medesima piazza. L'ufficiale, nonostante le gravissime ferite riportate, riuscì a salvarsi. Morì invece una guardia notturna – certo Domenico Cevasco - che casualmente transitava a pochissima distanza dalla macchina dei Carabinieri.
Questo episodio fu l'epilogo della «pistola silenziosa» e di essa non se ne parlò più sino a che nel gennnaio 1948 un tal Pietro Dal Vento, panettiere di Sanremo si accusò degli omicidi Salemi-Lorenza-Amodio indicando quali mandanti due ex partigiani comunisti savonesi (certo Bisio Dalmazio e certo Genesio detto «Tigre»). Alla lettura dei fatti non sfugge che, evidentemente, le indagini dei Carabinieri erano riservatamente ben proseguite e stavano concludendosi verso una cerchia di individui ben definita: allora, per confondere le acque, i futuri imputati opereranno un depistaggio utilizzando il Dal Vento – soggetto gravemente ammalato di TBC, pericoloso fanatico capace di addossarsi colpe non sue pur di favorire i disegni del partito -. Che si trattassse di un preciso disegno depistante demandato ad un attore psichiatrico lo si capì comunque da subito: il panettiere, messo a confronto con i due da lui accusati, ritrattò addebitandosi tutte le colpe nel corso di una confessione contenente comunque molti elementi inventati.
Tuttavia, a seguito anche di alcuni riscontri apparsi veritieri, il Dal Vento – subito trasferito per opportunità al carcere di Genova – Marassi – venne rinviato a giudizio e comparve nel novembre 1952 avanti la Corte d'Assise di Savona. Fu un processo confuso e male condotto, le parti civili erano impaurite, i testi si dimostrarono reticenti o di poco interesse. L'imputato fu condannato a trent'anni di reclusione e la sua figura finì per perdersi nel circuito delle carceri sino alla sua veloce morte preannunciata dalla grave patologia di cui soffriva. Se anche il Dal Vento fosse stato effettivamente coinvolto nella saga di sangue, non ne fu il solo protagonista come avrebbe inteso far credere bensì, dati i suoi limiti, avrebbe soltanto avuto una funzione marginale ed il suo accondiscendente utilizzo é da riportarsi solo nel progetto di fuorviare le indagini – cosa riuscita anche perché così evidentemente deciso nelle alte sedi – al fine di chiudere un capitolo la cui continuazione sarebbe diventata pericolosa per il partito e la sua epica immagine resistenziale ed avrebbe comunque condotto in Assise ben altri personaggi. Di tutta la vicenda, oltre che le vittime assassinate, rimase la figura decorosa ma vivente di un'altra vittima: la moglie del povero commissario Salemi che anche durante il processo in Assise venne più volte avvicinata da sussurri minacciosi.
Questo saggio é opera del Centro Ricerca Criminalistica operante in Genova che, trattandosi di organizzazione apolitica ed apartitica, ha cercato di evitare – sin ove la storia lo conceda – ogni valutazione coinvolgente movimenti e/o partiti. Il lavoro svolto nasce solo da una rivisitazione in chiave storico-criminalistico di vicende conclusesi giudizialmente, con sentenze passate in giudicato ed atti giudiziari contenenti argomentazioni certe ed a tutt'ora depositati presso le sedi competenti. Nell'opera, quindi, non vi é stato revisionismo ma si snoda sulla semplice rievocazione meditata di episodi criminosi
*Presidente Centro
Ricerca Criminalistica