I misteri di Zappadu, il cecchino di Villa Certosa

È l’unico fotoreporter ad aver beffato più volte le misure di sicurezza
di casa Berlusconi. Dal suo passato spuntano rapporti con i Servizi. Nel 2007 a <em>Oggi</em> vende le prime foto che ritraggono alcune ragazze nella residenza

Olbia - Servizi e segreti del paparazzo di Villa Certosa. Addentrarsi nei meandri dell’affaire Zappadu, dal nome del fotografo che ha beffato ripetutamente il dispositivo di sicurezza della residenza sarda del premier, è impresa ardua. Troppe cose non tornano nella vicenda delle immagini rubate dentro la residenza estiva di Silvio Berlusconi. Non sappiamo se nella fattura e nella divulgazione delle immagini incriminate c’entrino davvero «manine» o «menti raffinatissime» in grado di manovrare pezzi deviati dello Stato, come più di un parlamentare continua a sostenere. Di sicuro anche le persone più vicine ad Antonello Zappadu, quelle che lo conoscono meglio e che da più tempo concorrono con lui ad ogni tipo di scoop, sollevano interrogativi di fronte a quegli scatti nitidi e ravvicinati, alla tempistica della loro divulgazione, alla modalità di una gestione-mediatica affidata guardacaso a Repubblica. Giangavino Sulas, brillante inviato del settimanale Oggi, autore di grandissimi scoop, è il giornalista che conosce meglio di chiunque altro Zappadu. Con lui ha condiviso «colpi» storici sui sequestri di persona. E proprio a Sulas il fotoreporter si è rivolto nel 2007 per piazzare le foto di Berlusconi con le ragazze sulle ginocchia. Nel penultimo numero del settimanale, Sulas mette in dubbio l’opera del suo amico: «Antonello, non puoi prendermi in giro. Ci conosciamo da troppo tempo. Mi hai infilato nei meandri inestricabili dei sequestri del piccolo Faruk, di Silvia Melis, di Vanna Licheri (...). Mi hai portato tu dal quel “personaggio” dei Servizi che aveva seguito passo passo nelle lunghi notte barbaricine la trattativa di Graziano Mesina per ridare la libertà al bimbo di Porto Cervo». Insomma. «So come ti muovi quando giochi in casa. So quante amicizie e quanti agganci hai. Confessa, quindi: sei la testa di ponte di un complotto contro Berlusconi? Perché ti sei prestato?». Zappadu risponde parlando di mere fantasie, ma Sulas insiste. «Gli ho chiesto confidenzialmente se le aveva fatte effettivamente lui quelle foto perché nutrivo serissimi dubbi - conferma l’inviato del settimanale al Giornale - ma mi ha giurato, senza esitazioni, che le aveva scattate personalmente». Ma c’è di più. Quando il direttore di Gente, Monica Mosca, ha chiesto al fotografo come aveva fatto a scattare alcune immagini in un periodo in cui Zappadu si trovava fuori dall’Italia, l’interessato l’avrebbe messa così: «No, niente. Sono stati i miei ragazzi». Quali siano questi ragazzi non è dato sapere, visto che Zappadu notoriamente lavora da solo, senza collaboratori, senza agenzia. E ancora. Nell’intervista a Oggi Zappadu ammette di non avere a disposizione macchine fotografiche stratosferiche e «cannoni» a lunga gittata: «La mia attrezzatura non è eccezionale - spiega Zappadu - uso teleobiettivi antiriflesso e un buon binocolo». Capire, dunque, come abbia fatto a scovare gli occupanti della villa del presidente del Consiglio stando all’esterno - così afferma lui - di una proprietà ipersorvegliata ed estesa per decine e decine di ettari, obiettivamente sfugge. Anche perché gli accertamenti tecnici disposti dalla difesa di Silvio Berlusconi, utilizzati nel procedimento penale in corso sulle foto di Oggi del 2007 (che fa seguito al processo civile che s’è concluso con la condanna di Zappadu per 10mila euro) hanno accertato che gli scatti vennero fatti a distanza ravvicinata, «sicuramente all’interno del perimetro di Villa Certosa» taglia corto una memoria dello studio Ghedini. Per le altre immagini, realizzate succesivamente da Zappadu ma diffuse solo un mese fa, la difesa del premier non ha svolto accertamenti tecnici ritenendo superflua la ricerca di un’analoga prova rispetto all’evidenza dei fatti: esistono alcune fotografie scattate così da vicino che vengono immortalati alcuni ospiti in pigiama all’interno di più camere di Villa Certosa con le finestre chiuse e le tapparelle alzate. Impossibile catturare quelle immagini da lontano. Ma Zappadu, e il suo nuovo avvocato (Giommaria Uggias, neoeuroparlamentare dell’Idv) insistono: le riprese sono state effettuate col teleobiettivo stando appostato nella zona circostante la villa, «tra colline, collinette, anfratti, avvallamenti, la vegetazione fittissima». A parte che ancora non s’è capito quanto tempo Antonello Zappadu abbia davvero dedicato agli appostamenti per fotografare Silvio e i suoi ospiti (ha iniziato sicuramente nel 2006 ed ha proseguito almeno sino al 2009 portando a casa - dice sempre lui - 5mila scatti), resta da capire come abbia fatto a sfuggire sempre alla vigilanza. Secondo un rapporto dei Servizi consegnato al Copasir, vengono negate falle nel dispositivo di sicurezza intorno a Villa Certosa dove lo spiegamento di forze è così imponente che all’attivo vanta numerosi «respingimenti» di curiosi. Quattro noti fotoreporter sardi, contattati dal Giornale, spiegano di esser stati sempre scoperti nei tentativi di avvicinamento alla villa. Uno solo di loro rifugge l’anonimato. È Francesco Nonnoi, detto Franchino, personaggio celebre tra vip, politici e giornalisti di Porto Rotondo: «Di Antonello (Zappadu, ndr) preferisco non parlare. Posso raccontarvi la mia esperienza personale intorno Villa Certosa: quando provai ad andare sulla famosa collinetta che sovrasta la villa del presidente, l’unico punto buono per vedere in basso e tentare di scattare all’interno della residenza, tempo un quarto d’ora e avevo la sicurezza di Berlusconi addosso. Ho spiegato che mi ero arrampicato dalla zona del Country club solo per riprendere il passaggio dei jet delle Frecce tricolori, loro mi hanno detto che in quel posto non potevo assolutamente stare un minuto di più, e così mi hanno gentilmente accompagnato fuori». Tutti beccati appena entrati, Zappadu mai in quattro anni. La coincidenza è destinata ad alimentare i sospetti dei dietrologi e/o «pistaroli» di professione, convinti assertori della presenza di almeno un «basista» infedele nella rete di protezione dell’inquilino di Palazzo Chigi. Il primo a parlare di «intelligenze deviate» e di «premier spiato» fu il ministro Gianfranco Rotondi. Sull’incomprensibile flop degli apparati di sicurezza hanno poi detto la loro i vertici del Pdl (da Quagliariello a Cicchitto fino a Gasparri), e giusto ieri sul Riformista il vicepresidente dei deputati del partito di maggioranza, Italo Bocchino, s’è spinto là dove nessuno aveva osato: «In questa vicenda ci sono apparati dello Stato fuori controllo. Dovrebbero occuparsi della sicurezza del premier, scortarlo, proteggerlo, lavorare di controspionaggio. Io non credo che Zappadu sia stato appollaiato per due anni all’aeroporto di Olbia con una macchina fotografica in mano. Magari qualcuno lo avvisava degli spostamenti. Ma chi?». Forse lo stesso misterioso personaggio che ha spifferato al fotografo originario di Pattada la circostanza che il suo telefono è attualmente «sotto controllo» e che al momento è «pedinato dai servizi segreti» (testuale dall’intervista di Zappadu al Times). Ancora servizi segreti, dunque. Una costante in questa storia e nell’avventurosa professione del fotoreporter che si ritrovò protagonista in almeno due trattative in altrettanti sequestri di persona (in uno venne indagato, poi prosciolto) dove l’ombra degli 007 ha oscurato il ruolo dello Stato nel preseunto pagamento dei riscatti. Nel verbale d’interrogatorio del 18 marzo 2008 al processo «Grauso» in corso a Palermo, Zappadu parla della sua attività di «messaggero» nel sequestro di Silvia Melis («io ero solo uno che portava informazioni, avevo una posizione marginale»). Racconta di quando, a una festa a Porto Cervo a casa della Santanché, agganciò Grauso per lamentarsi di una fuga di notizie apparsa sull’Unione Sarda (Grauso era l’editore, Zappadu vi collaborava) che aveva mandato all’aria l’operazione che lui personalmente stava seguendo insieme a un religioso per la liberazione della Melis. Racconta anche di quando seguì da vicinissimo la liberazione del piccolo Farouk Kassam grazie all’intermediazione del bandito Graziano Mesina, suo amico di vecchia data, frequentatore di spioni sin dai tempi in cui l’allora Sid - attraverso il colonnello Massimo Pugliese - voleva scongiurare un salto di qualità di Barbagia Rossa, l’ala sarda delle Br. A domanda dell’avvocato Diddi: «Sa se vennero effettuati pagamenti per la liberazione di Kassam?» Zappadu fa sì sì con la testa: «Da fonti mie barbaricine sì, Mesina continua a dire che è stato pagato il riscatto, io qualche giorno prima avevo visto la valigia con i soldi. Poi Mesina ha accusato lo Stato e i servizi segreti di aver pagato il riscatto di Farouk». Ancora Servizi, ancora segreti.