I moderati di Hamas: «Italiani state tranquilli non siamo talebani»

A tenere banco nelle vie della città, prima della preghiera nella grande moschea, sono soprattutto i risultati delle elezioni

Luciano Gulli

nostro inviato a Ramallah

E Ismail, Ismail Haniyeh, che fa? «Ma come, non lo sai? Stamattina ha telefonato ad Abu Mazen. Come leader di Hamas gli toccava. Anche come segno di rispetto nei confronti del presidente». E che si sono detti? «La voce che gira è che Ismail abbia invitato Abu Mazen a Gaza. Si vedranno domani, si dice, o al più tardi domenica». E Khaled? Khaled Mashaal che fa? «Lui è sempre a Damasco. Ma come capo dell'ufficio politico di Hamas era suo dovere mettersi in contatto con Abu Mazen. Hanno parlato del voto, naturalmente, e pare che Mashaal si sia detto pronto a discutere di persona con quelli del Fatah, tornando dall'esilio».
Alle 10 del mattino, prima della preghiera nella grande moschea di Ramallah (che per i «verdi» di Hamas si trasformerà in una specie di Thanksgiving day, di giorno del Ringraziamento), i caffè che punteggiano le stradine commerciali intorno alla piazza dei Leoni rigurgitano di gente. Si discute del tempo, che vira al brutto, con certe folate di vento gelido accompagnate da una pioggerella intermittente. Molti portano notizie dai check point israeliani sparsi nella regione, con i soldati di Tsahal che si sono fatti più carogne, e se uno ha un fazzoletto verde è meglio che lo tenga nascosto, sennò quelli ti smontano la macchina prima di farti passare. Ma a tenere banco sono soprattutto i risultati delle elezioni, con quell'impressionante 76 a 43 a favore di Hamas, e come sia potuto accadere che dalla sera al mattino uno come Mashaal possa tornare a Gaza accolto come un Pavarotti al Metropolitan.
«A giudicare dai soldi che ho visto girare prima delle elezioni nelle mani di quelli del Fatah non avrei scommesso un soldo su Hamas - dice uno -. Cento shekel, 200 shekel, perfino 400, in cambio di un voto». E poi? «Boh. Quelli si prendevano i soldi, ma come abbiano poi votato lo sanno solo loro. Anzi, adesso lo sappiamo anche noi», sghignazza il tipo. Da Samer, caffè-ritrovo della media borghesia cittadina, fra sentori di tè alla menta e zaffate dolciastre dei narghilé che già di mattina marciano a pieni turiboli, la discussione è più pacata, i ragionamenti più distesi, i giornali ciancicatissimi. «Io non sono religioso, non vado alla preghiera e non digiuno - dice un commerciante di elettrodomestici che ha la sua bottega dietro l'angolo -. Ma ho votato lo stesso per Hamas. Ho voglia di correre rischi? Diciamo pure così. Ma avevo voglia di facce nuove. Non ne posso più di questi vecchi tromboni che per quarant'anni ci hanno tenuto in salamoia, senza uno straccio di risultato concreto, mentre loro si fottevano i miliardi di dollari che arrivavano dall'estero. Ogni volta che passo per Tokio street, e vedo quell'immenso centro congressi messo in piedi coi soldi dei giapponesi m'incazzo. Non si potevano sistemare le strade, aprire delle scuole decenti, distribuire quel denaro fra la gente, mi dico?»
«Proprio questo è il problema - mi racconterà fra un'ora Wafa, una vecchia amica che lavora in un'associazione per i diritti civili e non parteggia per alcuno dei due principali schieramenti -. Quelli dell'Autorità palestinese, i capi del Fatah non sono mai saliti su un taxi, non hanno mai dovuto buttare sangue in coda a un check point, non sanno più quali sono i problemi della gente, che cosa pensa l'uomo della strada. A furia di vedersi sulla Cnn, a sdottoreggiare sul nulla, pensavano di essere diventati delle star. E si sono convinti di potere vivere di rendita in eterno».
La corruzione? «Sì, c'entra anche la corruzione - dice Khaled, un giovane avvocato che non vedevo da quattro anni -. Ma al fondo c'è stata come una crisi di fiducia. Questi di Hamas, più disciplinati, più organizzati, anche più concreti, nonostante i loro eccessi, sono sembrati più affidabili. Anche le forze di sicurezza di Khan Yunis, a Gaza, stando a quel che ho sentito dire, hanno votato per Hamas. Ed è gente che prende il soldo da Fatah, bada bene. È che alla fine è prevalsa la voglia di cambiamento. L'ideologia, l'islamismo non c'entrano. Questo non è l'Afghanistan».
All'uscita dalla moschea, tra uno sventolio di bandiere verdi e un persistente odore di agnello alla griglia che preannuncia l'ora imminente del pranzo festivo, incontro Ahmed Nasir, insegnante di matematica e dirigente di una cellula cittadina di Hamas. Da matematico, Ahmed è abituato a ragionare senza dar retta alle emozioni. Anche a costo di andare controcorrente rispetto alla linea del suo partito. «Dica agli italiani di stare tranquilli. Questa vittoria schiacciante non è il risultato di un voto ideologico. Io stesso, che pure mi riconosco nei principi fondamentali del partito, non mi sento un talebano. E poi, segua il ragionamento: in Palestina votano un milione e trecentomila persone. Ora, quanta gente si vede, in media, alle grandi manifestazioni di Hamas o del Fatah? 50mila, 70mila persone? Facciamo pure che siano 200mila le persone con un’identità ideologica definita. Ma tutti gli altri? Tutti gli altri hanno voluto dire solo una cosa: che del Fatah erano stanchi. E che si aspettano un forte cambiamento da noi. Saremo in grado di non deluderli?».