I «modernisti» contro la sua modernità

Il mio professore di lettere all’università (non facciamone il nome) derideva Pascoli («Uno che fa coccodè nelle poesie») e considerava D’Annunzio «ciarpame letterario». Erano, gli «intellettuali» di quel tempo intorno al 1968, del tutto incapaci di comprendere la rivoluzione linguistica del primo e la sconcertante modernità del secondo, del resto entrambe estranee ai dogmi letterari dell’epoca.
D’Annunzio era quello che aveva la peggio. Dal volo su Vienna alla beffa del Quarnaro, dall’impresa di Fiume all’amicizia con Mussolini - sia pur viziata da reciproche rivalità e diffidenze - ce n’era abbastanza per bollarlo come un ignobile rètore patriottardo, guerrafondaio e pure fascista. Al desolato «modernismo» di quei tempi il raffinato e cerebrale decadentismo dannunziano appariva solo cattivo gusto, tanto che Alberto Arbasino poteva scrivere su una rivista pur sofisticata come FMR che il Vittoriale era una casa piena di paccottiglia sui cui pavimenti erano stesi «tappetini da Rinascente» (in realtà una sontuosa raccolta di splendidi Bukhara). Senza accorgersi che era sommamente stupido giudicare quello straordinario luogo di memorie e di miti col metro con cui si giudica un appartamento di lusso pubblicato su AD.
Acqua che sta ormai scorrendo via da tempo sotto i ponti del conformismo culturale. Già (fra i tanti) il libro di Claudia Salaris su Fiume (Alla festa della rivoluzione, il Mulino) aveva sottolineato i fermenti innovativi di cui fu permeato quel sogno trasgressivo che fu la Reggenza del Quarnaro. Ora la bella biografia che Giordano Bruno Guerri dedica all’«amante guerriero» ne riconosce la spericolata modernità, tanto avanti da non essere capita né allora né poi. E colloca nella giusta luce, interpretandolo sub specie letteraria, anche il suo sfrenato erotismo, in ultima analisi un incondizionato, panico amore verso la figura femminile. Lo compresero forse le più sensibili e intelligenti donne da lui amate e da lui ferite con l’abbandono: come Eleonora Duse che arrivò a chiamarlo «figlio» in una lettera o come l’unica moglie, Maria di Gallese.
Guerri ripercorre la parabola dannunziana, attraverso trionfi letterari e persecuzioni dei debitori, fino al volontario esilio a Gardone e alla morte. Lo fa con stile lieve e brioso, apparentemente anti-dannunziano. Ma basta leggere, per esempio, le centinaia di bigliettini che Gabriele scrisse alla sua cuoca per rendersi conto di quanta ironia il Vate fosse capace. Capace di trasformare la più sorda banalità quotidiana in un momento di vita «inimitabile».