I Mogwai al Rolling Stone: gli scozzesi contro le mode

I cinque ragazzi di Glasgow rimangono sempre fedeli al loro modo di far musica

Luca Testoni

Dici Mogwai e pensi che il rock possa essere ancora un’arte non necessariamente legata al mestiere.
Se ne fregano delle mode i cinque di Glasgow. Sul serio. Preferiscono concentrarsi sulla propria musica tanto elusiva quanto malinconica. Curando a fondo le strutture delle canzoni, riconducibili all’immaginario del post-rock alternativo degli anni Novanta, ma anche “figlie” tanto dei My Bloody Valentine come dei Joy Division.
In effetti, i brani degli scozzesi, messi per la prima volta sotto contratto una decina di anni fa dall’etichetta indie Chemikal Underground (la stessa degli Arab Strap, per intenderci), si dipanano attraverso un rock elettrico in prevalenza strumentale e basato su una ricerca chitarristica, spesso portata all’eccesso. Ciò che ne consegue è un suono praticamente inconfondibile, al tempo stesso epico e impressionistico, dove melodie rarefatte e circolari vengono sapientemente alternate a passaggi decisamente più movimentati.
Le songs del loro quarto, ottimo album Happy songs for happy people (uscì a fine primavera del 2003), erano risultate emblematiche in tal senso: vere e proprie sinfonie dalle dinamiche ondulate. Sinfonie, colonna sonora ideale per viaggi interiori e contraddistinte dal lento accumularsi di ritmo e melodia, che avevano messo d’accordo un po’ tutti.
Sia la critica sia gli ascoltatori in cerca di una dose equilibrata di avanguardia rock e di emozioni (ma senza coretti o ritornelli canonici...).
Nel frattempo, il leader Stuart Braithwaite e John Cummings, i due chitarristi, il bassista Dominic Aitchison, il batterista Martin Bulloch e il tastierista-chitarrista Barry Burns, attesi in concerto domani sera al Rolling Stone di corso XXII Marzo 32 (ore 22, ingresso 20 euro, supporter i connazionali The Magnificients), si sono riproposti il mese scorso con il nuovo Mr. Beast: un disco di buona fattura, col quale non si sono spinti però oltre i cliché dei lavori precedenti. Unica eccezione: Glasgow Mega-Snake, monumentale suite all’insegna dell’incisività e dell’estremismo prog-rock che sconfina nel metal tipo Ac/Dc.
Dal vivo, i Mogwai hanno sempre dimostrato di preferire la dimensione rumorosa a quella onirica, mettendo a dura prova gli impianti dei locali e le orecchie dei fan, sottoposti a un urto violentissimo con i decibel degli amplificatori.
Tuttavia, forse in virtù del progressivo alleggerimento del suono, negli ultimi anni il quintetto di Glasgow ha dato sempre più spazio alla parte gentile e delicata della propria ispirazione, in modo da «cullare» il pubblico con le melodie ipnotiche dei loro pezzi più lenti piuttosto che con le distorsioni e gli effetti di quelli più potenti.
Il tutto a beneficio di una maggiore omogeneità dello show, dove al primo posto resta sempre e comunque la musica.