I monaci birmani: boicottiamo le Olimpiadi

Un boicottaggio delle Olimpiadi di Pechino dell’anno prossimo potrebbe essere lo strumento preferito dai monaci buddhisti birmani per ottenere un cambio di atteggiamento della Cina nei confronti del regime che opprime il loro Paese. Il quotidiano tedesco Tagesspiegel cita U Gambira, organizzatore latitante delle proteste contro i generali birmani, che annuncia una possibile azione di sensibilizzazione internazionale con l’obiettivo del boicottaggio se Pechino impedirà con il suo veto al Consiglio di Sicurezza dell’Onu l’imposizione di sanzioni alla giunta militare al potere in Birmania.
A tutt’oggi la Cina non sembra affatto intenzionata a consentire che il suo alleato subisca pressioni o sanzioni, come invece propongono gli Stati Uniti e diversi Paesi europei. Ieri un portavoce del ministero degli Esteri di Pechino ha detto che il suo Paese è «fermamente contrario» a questa ipotesi, che ha definito «non utile». Il governo cinese ha ricordato che la Birmania «è un importante vicino»: un vicino presso il quale ha investito circa 850 milioni di euro, e che possiede ingenti riserve di gas naturale che Pechino considera strategiche per lo sviluppo della propria economia. Ha aggiunto che la Cina «segue da presso gli avvenimenti» e che ritiene che «il Consiglio di Sicurezza debba essere estremamente prudente e responsabile per aiutare gli sforzi di mediazione del segretario generale dell’Onu. Tutto il contrario, insomma, di quello che si aspettano gli oppositori del regime birmano.
A Rangoon, intanto, la Lega nazionale per la democrazia (Nld) ha definito «un buon segno» la nomina da parte della giunta militare - annunciata lunedì sera dalla Tv di Stato birmana - di un «ministro delle relazioni» destinato a tenere i rapporti con Aung San Suu Kyi, la leader carismatica del partito da lunghi anni costretta agli arresti domiciliari. «Vuol dire che stanno diventando più pragmatici», ha detto il portavoce del partito Nyan Win, che però ha chiarito che «se ci sarà un dialogo con la vera intenzione di trovare una soluzione, non ci dovranno essere precondizioni». Sembra l’inizio di una lunga partita politica, anche se la stampa di regime ha fatto chiaramente capire che la liberazione di Suu Kyi resta un’ipotesi lontana nel tempo. È stata anche fatta circolare una voce secondo cui il numero uno del regime, il generale Than Shwe, sarebbe disposto a incontrare Suu Kyi. Ma è noto che Than Shwe ha uno spiccato odio personale verso la donna più amata della Birmania e quindi la sua mossa sembra più che altro una promessa senza impegno, destinata ad alleggerire lo sdegno del mondo verso la giunta da lui presieduta.
Dalla Gran Bretagna, infine, un piccolo segno di indebolimento del regime. Un diplomatico birmano in servizio all’ambasciata del suo Paese a Londra si è dimesso dopo aver visto lo «spaventoso» trattamento riservato dai militari ai monaci buddhisti che guidavano le proteste pacifiche contro la giunta.