I monaci dei villaggi karen: "La via pacifica non basta"

"A Rangoon sfilavano a mani nude e sono stati arrestati e uccisi"

Bla Tun (Birmania orientale) - Un brulichio di armi e divise anima la giungla, due vesti arancione si sporgono dalla terrazza di bambù. Il maggiore alza al cielo il mitragliatore, due mani si congiungono in segno di pace, un monaco più giovane fa segno di avvicinarsi. Ora il brulichio prende corpo, vita e colore. Due pattuglie del 203° battaglione karen circondano il villaggio, controllano le vicinanze, fanno scudo al grosso che avanza. Il resto della compagnia sbuca dalla boscaglia, le armi spianate e un’appendice di ombrelli colorati e ragazzine sorridenti alle spalle. L’eco del peykley, il gong dei monasteri birmani saluta l’arrivo dei guerriglieri karen, risveglia questo villaggetto alle pendici della collina a un tiro di schioppo dall’accampamento delle truppe birmane. Il maggiore infila l’entrata della terrazza, tende la mano ai due monaci, si tira dietro quel gruppuscolo di ragazzine e civili. Un enorme Buddha dorato risplende all’altra estremità del tempio di canna e paglia intrecciate. Al suo fianco un civile sbraita in un microfono, chiama a raccolta chi ancora fra le duecento anime di Bla Tun non si è reso conto dell’avvenimento.

Tu Sata, il capo tempio del villaggio, osserva soddisfatto seduto ai piedi dell’enorme statua. I guerriglieri fanno cordone tutt’attorno, infermiere ed aiutanti tirano fuori stetoscopi, coperte e borse di medicine. Mariti, madri e bambine si allungano in una fila colorata e chiassosa. Capita quasi ogni mese, ma stavolta il saggio Tu Sata è più felice del solito. «A Rangoon il regime ha avuto la meglio, ma qui i loro soldati non hanno neanche il coraggio di mettere la testa fuori dall’accampamento, sono a tre chilometri da noi, ma si fanno vedere solo quando non ci sono i karen in giro». Al di là della politica e della guerra quel che più conta per il pio bonzo sono le medicine e gli aiuti arrivati al seguito della colonna del maggiore Bu Pa. «Senza quegli infermieri saremmo abbandonati a noi stessi. I birmani pretendono di comandare e decidere, ma non fanno altro che opprimere e spaventare la popolazione. Da quando 45 anni fa comandava il dittatore Ne Win in questo Paese non è mai cambiato niente. I militari sono convinti di poter esigere dai civili quel che vogliono, ma non tollerano la minima protesta. Quando non ricevono rifornimenti e incominciano ad aver fame vengono a prendere il nostro riso.

Quando devono tornare a Rangoon e portarsi dietro armi e bagagli fanno il giro dei villaggi, catturano gli abitanti e li costringono a lavorare come portatori. I karen invece ci aiutano senza chiedere mai niente in cambio».
Il cambio se vogliamo c’è ed è evidente. Il villaggio è totalmente karen e per il maggiore Bu Pa mettere a disposizione i suoi uomini per portare soccorsi e cure ai civili è perfettamente naturale. Ma in questa spedizione militar-umanitaria c’è anche lo zampino di un’organizzazione umanitaria italiana. «Prima di partecipare a queste missioni vivevo e studiavo in un campo profughi in Thailandia - racconta Pan Hser staccando per un attimo lo stetoscopio dalla schiena di una donna e sporgendosi dal nugolo di pazienti - poi ho fatto un corso con i medici italiani di “Popoli” e ho incominciato a fare il giro dei villaggi karen in Birmania per distribuire medicine e aiuti. Sulle prime avevo paura - spiega questa 19enne il cui nome significa “dolce fiore” -, ma ora mi sono abituata, anzi mi sento molto meglio di prima perché posso aiutare la mia patria... se non ci fosse chi lotta con le armi sarei già stata arrestata e questa gente non avrebbe niente».

A perorare la causa della lotta armata ci pensa pure il mite, per vocazione, Tu Sata. «Guardate che fine hanno fatto i dimostranti e che fine hanno fatto i nostri confratelli. A Rangoon i monasteri sono vuoti e le prigioni piene. Ecco cosa capita in Birmania a chi si illude di poter scegliere la via pacifica. I nostri fratelli sono sfilati a mani nude, ma sono stati bastonati, arrestati e uccisi. Le Nazioni Unite hanno mandato un uomo solo e sono state prese in giro. Than Shwe e i suoi stanno per essere abbandonati anche dagli amici cinesi e indiani, ma l’Onu e il mondo esitano e loro, grazie a questi tentennamenti, continuano a seminare il terrore. Perché dunque non dovrei dare il benvenuto ai soldati karen?».