I Mudhoney al Rainbow Club

Lo storico complesso di Seattle ha creato il fenomeno grunge

Luca Testoni

Assieme a Nirvana, Pearl Jam e Soundgarden, i Mudhoney hanno contribuito a trasformare il grunge di Seattle in fenomeno rock planetario.
L'affermazione non teme smentite. Come è ormai un dato assodato anche il fatto che proprio i Mudhoney, dal vivo questa sera al Rainbow Club di via Besenzanica 3 (ore 21.30, ingresso 20 euro), sulla scia del nuovo album Under a Billion Suns, sono stati il primo gruppo grunge della storia.
Il termine grunge (traducendo da "grungy": sgangherato, cadente, in sfacelo) fu infatti coniato da un giovane critico musicale dopo avere ascoltato le prime prove del complesso formato nel gennaio 1988 dal cantante-chitarrista Mark Arm e dal chitarrista Steve Turner (entrambi provenienti dai Green River), dal bassista Matt Lukin (ex Melvins) e dal batterista Dan Peters.
Il gruppo debuttò nello stesso anno con due singoli leggendari, Touch me I'm sick/ Sweet young thing ain't sweet no more e You got it/Burn it clean, attraverso i quali definì il proprio inconfondibile sound incendiario che faceva affidamento soprattutto su vibrazioni epidermiche e su una ripetizione ipnotica di poche, elementari frasi musicali che suonavano come un incrocio fra Grateful Dead, Stooges e Jimi Hendrix.
Con i Mudhoney, figli del proletariato pronti a contestare lo stile di vita della medio-borghesia americana, fece anche la sua comparsa in grande stile l'etichetta discografica indipendente nel bene e nel male «madrina» del grunge di Seattle, la Sub Pop.
Guarda caso, la stessa etichetta dei supporter di questa sera, i padovani Jennifer Gentle, la miglior band psichedelica nostrana. E la psichedelia contamina (e non poco) il rock tirato dell'ultimo disco dei Mudhoney, a Milano nella formazione originale (unica variante il bassista Guy Maddison al posto di Matt Lukin) dopo una (lunga e tribolata) carriera ricca di alti e bassi.