I Nas da grossisti e stranieri: il 50 per cento è fuorilegge

È una battaglia che dura dai tempi di Biancaneve (la più famosa mela adulterata della storia) ma di cui non si vede la fine: il bilancio dei primi nove mesi del 2008, nella lotta dei carabinieri del Nas di Milano ai cibi truccati dimostra che il vizio di barare su qualità, scadenze, ingredienti è quasi inestirpabile. Una cifra su tutti: su 976 ispezioni compiute nel mondo della distribuzione alimentare a Milano e dintorni, 451 si sono tradotte in contestazioni amministrative e 678 in imputazioni penali. Significa che - in alcuni segmenti del mercato - quelli che si comportano male sono più di quanti rispettano le norme.
Sette persone sono state arrestate, 193 denunciate a piede libero. Ci sono settori del commercio alimentare in cui le cattive abitudini sono più diffuse: gli alimenti etnici sono tradizionalmente a rischio; ma anche italianissimi grossisti di olio e di vino sono stati scoperti a farne di tutti i colori; anche fare la spesa direttamente dal «contadino» si è rivelata in alcuni casi una scelta pericolosa. Dall’osservatorio dei Nas milanesi esce quasi assolta la grande distribuzione, i cui controlli sulla cosiddetta «filiera» (i passaggi di mano del prodotto) sembrano funzionare. Solo un piccolo produttore di integratori alimentari è riuscito, in questi mesi, a fare arrivare i suoi prodotti scaduti sui banchi di una nota catena di supermercati.
Ma nei settori meno esposti ai riflettori, l’abitudine a truccare le carte è diffusa. Lo spostamento della data di scadenza, per prolungare fraudolentemente la «vita» del prodotto, è risultato frequente soprattutto nei settori dei dolci, dei farinacei e dei cereali in genere. Il caso più eclatante scoperto dai Nas ha portato al sequestro di due capannoni a Milano città e di 22 tonnellate di mais di provenienza sudamericana: il granturco, sbarcato in Italia già abbondantemente infestato di larve e parassiti, veniva macinato e sminuzzato (insetti compresi) e nuovamente impacchettato con date nuove di scadenza e l’etichetta fasulla di grandi marche.
I temuti cinesi, quelli della melamina nel latte, stanno in realtà dando meno pensieri di quanto si temesse: nei campioni sequestrati finora in Lombardia, nemmeno uno è risultato positiva ai test. Decisamente più disinvolti i 22 italiani - in buona parte di origine pugliese, per l’esattezza cerignolani - incriminati la scorsa estate per avere invaso il mercato lombardo con un olio extravergine di oliva che di oliva aveva solo il colore. Tonnellate di olio di semi vari comprato in Emilia Romagna venivano corrette con il «verdone», come viene chiamata in gergo la clorofilla, e spacciate - soprattutto a ristoranti - sotto falso nome.
Per gli uomini dei Nas, alcuni dei protagonisti di queste imprese sono ormai conoscenze abituali, professionisti della frode alimentare che passano da una inchiesta all’altra grazie anche alle pene blande. Nella banda dell’olio alla clorofilla sgominata in aprile figurano parecchi signori già incriminati in aprile per un’altra serie di imprese analoghe, realizzate con olio di semi provenienti - in quell’occasione - dalla Puglia. E finito anch’esso sulle tavole di ignari consumatori milanesi.