I nazisti sull’Himalaya a caccia degli ariani

Uno studio inglese ricostruisce sulla base di nuovi documenti la misteriosa spedizione del 1938 in Tibet. La guidava il naturalista Ernst Schäfer, arruolato nelle SS

Heinrich Harrer, l’autore del libro da cui è stato tratto l’omonimo film con Brad Pitt, Sette anni in Tibet, è morto qualche tempo fa. Harrer fu, innanzitutto, un alpinista, e fu l’alpinismo a portarlo in Himalaya.
Austriaco della Carinzia, aveva scalato l’Eiger nel 1938, la parete nord, che con il Cervino e le Grand Jorasses (sul Monte Bianco) costituiva uno degli ultimi «problemi» delle Alpi. Con quell’impresa Harrer (che, non bisogna dimenticarlo, ebbe quale capocordata il ben più forte tedesco Heckmair) aveva nutrito l’orgoglio nazionalista del Reich e si era guadagnato una tale notorietà da consentirgli, da quel momento in poi, oltre alla fama, di essere prescelto nel 1939 per partecipare a una delle spedizioni himalayane che, apparentemente, si inserivano nel quadro della corsa internazionale alle cime più alte della terra.
Ma c’era dell’altro. Dietro a quelle spedizioni organizzate dalla Germania nazista aleggiava qualcosa che, ai nostri occhi, risulta enigmatico, assurdo benché intriso di un fascino inquietante. Qualcosa in cui la piccola storia di alcuni individui, per lo più ricercatori, esploratori e alpinisti, si intreccia alla grande storia. Una pagina particolarmente complessa, da cui dipende persino il nostro presente, se è vero che ogni presente è l’esito di ciò che gli sta dietro: quella della seconda guerra mondiale e del Reich nazista che la scatenò, della sua folle pretesa di andarne a ritrovare le origini di una presunta razza ariana.
Chi conosce la vicenda dei famosi sette anni, difficilmente si imbatterà, se non per volontarie ricerche, in quello che stiamo per dire. Intanto: perché parliamo di spedizioni al plurale, giacché Heinrich Harrer, come detto, in quegli anni partecipò a una sola spedizione che fu interrotta (la guerra era iniziata) dalle truppe inglesi che lo posero in arresto? E poi: perché enigmatiche? Ad azzardare qualche risposta alle nostre domande, giunge ora un libro dell’inglese Christopher Hale, La crociata di Himmler - La spedizione nazista in Tibet nel 1938 (Garzanti, pagg. 530, euro 29), che costituisce un ulteriore tassello di quel grande mosaico bibliografico del quale fanno parte libri come Le origini culturali del Terzo Reich dello studioso tedesco George Mosse o Hitler e il nazismo magico del politologo italiano Giorgio Galli (Rizzoli, più volte ristampato).
Fino ad oggi quello che si sapeva in merito è esposto con chiarezza da Pietro Crivellaro nella sua postfazione «Un ultimo grande problema» al libro di Anderl Heckmair (il capocordata dell’Eiger), Gli ultimi tre problemi delle Alpi (Cda&Vivalda, 2001) ed ha come fonte lo storico americano dell’alpinismo David Roberts che argomenta proprio a partire dalla spedizione di Harrer del 1939: «David Roberts rammenta che la spedizione alpinistica al Nanga Parbat del 1939 era stata preceduta da una spedizione antropologica voluta dal capo delle SS Heinrich Himmler. La spedizione che aveva lasciato l’Europa nel maggio 1938, era diretta dall’Hauptsturmführer delle SS dr. Ernst Schäfer ed era organizzata dall’istituto di studi ariani Deutsche Ahnenerbe (Eredità tedesca degli antenati), fondato nel 1935 dallo stesso Himmler. Dopo aver esplorato il Sikkim, il 19 gennaio 1939 i tedeschi erano riusciti a entrare nella «città proibita» di Lhasa, accolti dalle massime autorità tibetane. Al termine del soggiorno, con ingente materiale scientifico, il dr. Schäfer riportava in patria anche un accordo di amicizia tra Tibet e Terzo Reich. Ad accoglierli all’aeroporto di Monaco di Baviera ai primi d’agosto del 1939, andò Himmler in persona. «Alla fine di quello stesso agosto si concludeva anche la spedizione di ricognizione al Nanga Parbat guidata da Peter Aufschneiter di cui faceva parte Heinrich Harrer i quali, allo scoppio della guerra, rimasero prigionieri degli inglesi in India. Non sappiamo ancora quali relazioni esistessero tra le due spedizioni e quanto l’accordo sottoscritto da Schäfer possa aver favorito l'ospitalità e il lungo soggiorno tibetano di Harrer, ma secondo David Roberts è chiaro che entrambe le spedizioni facevano capo a Himmler...».
Ora, il libro di Hale, fin dal titolo, si concentra sulla spedizione del 1938, capeggiata dal naturalista Ernst Schäfer. Questi aveva già preso parte a spedizioni in Tibet e Himmler, avendolo «arruolato» nelle SS, gli aveva esposto le proprie teorie secondo cui la razza «ariana» non si sarebbe evoluta come le altre razze inferiori - secondo quanto sostenuto da Darwin - ma derivava da un popolo semidivino (i Tuatha De Danaan) disceso dal cielo e che si era stabilito in Atlantide.
La svastica, simbolo ancestrale ariano per eccellenza, era ancora presente in quelle regioni remote, pertanto - Himmler concluse - era necessario che Schäfer potesse organizzare un’altra spedizione in Tibet, questa volta completamente tedesca e sotto gli auspici dell’organizzazione Ahnenerbe per ripercorrere spiritualmente il tragitto migratorio verso l’Asia effettuato dagli ariani primigeni, in fuga dall’Atlantide sconvolta dal diluvio, ed esplorare ancora il Tibet.
Fra gli altri, ma il fatto era già noto, partecipò a quella spedizione l’etnologo e antropologo Bruno Beger che, nell’agosto del 1943, dunque dopo la spedizione, lasciò Berlino alla volta di Natzweiler (l’unico campo di concentramento costruito in Francia dai nazisti) in missione segreta. «Subito dopo - scrive Hale - un camion scaricò 115 cadaveri nel dipartimento di anatomia dell’università di Strasburgo. Erano appena stati gasati ed erano ancora caldi. Nella Germania nazista l’antropologia portò all’omicidio di massa».
È questa in sostanza, la tesi, per altro risaputa, del libro. Ciò che di nuovo gli conferisce valore è il taglio decisamente divulgativo e il contributo di nuove prove. Sarebbe interessante svilupparle per trovare quelle connessioni, alle quali allude David Roberts, con la spedizione alla quale partecipò Harrer. Chissà mai che non si trovi qualche altra risposta. Per esempio: se a queste spedizioni antropologiche, sullo sfondo di discutibili teorie politico-razziali, parteciparono anche alpinisti, viene da chiedersi quanto questi ultimi condivisero le motivazioni politiche di tali spedizioni.
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