I Negrita vanno a tutta birra con il ruvido rock del futuro

Lunedì a Trescore la band toscana: «Noi non siamo come i tanti gruppi che si buttano sulla moda per vendere»

Antonio Lodetti

Le loro radici tornano al rock blues ruvido e potente degli anni Settanta. Lo dice forte e chiaro anche il loro nome, Negrita, preso come marchio di fabbrica dal brano Hey Negrita dei Rolling Stones (dall’album del 1976 Black & Blue), ma nel panorama del rock italiano la band toscana guidata dal cantante Pau si è ritagliata uno spazio del tutto originale fondendo gli stili più diversi. Risultato? Qualità e successo.
Album come Reset (che ha conquistato il disco di platino trascinato dallo scatenato rock Mama maè, colonna sonora del film campione d’incassi Così è la vita di Aldo Giovanni & Giacomo), Radio Zombie e il recente L’uomo sogna di volare che piacciono a pubblico e critica e rafforzano lo zoccolo duro dei fan anche se - sostengono i Negrita - noi siamo una band amata e odiata.
«Perché siamo uno dei pochi gruppi a metà del guado tra pop e underground. La nostra attitudine musicale, il nostro modo di comporre è piuttosto alternativo e non piace agli amanti del pop; al tempo stesso certi nostri pezzi affondano radici nel pop classico, odiato da chi ama l’avanguardia. Questa è la nostra situazione: scomoda ma stimolante». Lo sa bene il pubblico che segue - numerosissimo - i loro concerti e che lunedì affollerà il loro concerto lombardo alla Festa della birra di Trescore, in provincia di Bergamo.
Il sound dei Negrita cambia e si evolve progressivamente; con loro non c’è pericolo di annoiarsi. In Reset hanno giocato con l’elettronica («L’elettronica è un fantastico mezzo espressivo se la usi con parsimonia e non ti fai sopraffare», puntualizza Pau). In L’uomo sogna di volare, il loro disco più completo, hanno addirittura dato una sterzata decisa verso sonorità etniche (ma mai modaiole), sfumature funk, incursioni reggae, il rock melodico che gioca e si scontra con quello aggressivo.
Il disco nasce dall’esperienza diretta, da un viaggio nel cuore del Sudamerica, zaini in spalla, a confronto con realtà diverse dalla nostra e spesso drammatiche come quelle dell’Argentina, del Cile, dell’Uruguay, del Brasile dove hanno incontrato artisti come Carlinhos Brown (nuovo eroe dei «Tribalistas»), il percussionista Peu Murray, il rapper Gabriel O’ Pensador.
«Non siamo come tanti gruppi che si buttano sulle sonorità di moda per vendere dischi. Noi siamo andati sul posto per capire, per avvicinarci alla tradizione musicale, per assorbire nuovi umori e nuovi stimoli. Siamo sempre stati influenzati dai suoni dell’America del nord, dal rock e dai cantautori, ed era giusto vedere l’altra faccia della medaglia».
Naturalmente il concerto, l’appuntamento sul palco è la loro ragione di vita. «Va bene incidere dischi, ma quello che conta è il concerto, il rapporto col nostro pubblico. Siamo sempre in giro a suonare, non potremmo stare fermi, i fan bombardano il nostro sito chiedendoci di suonare dal vivo». Avvicinarsi ai suoni sudamericani non vuol dire mitigare la forza d’urto della band; sul palco sono sempre carichi ed energici come agli esordi, sempre con l’entusiasmo dei primi tempi.
È questa la loro forza: «Non ci sediamo mai sugli allori e viaggiamo sempre in salita. Quando scriviamo canzoni non pensiamo se piaceranno o no al grande pubblico. È tutto dentro di noi, esprimiamo quello che siamo: non abbiamo inventato un genere ma abbiamo uno syile, e soprattutto un’anima rock».
Quella che il pubblico si aspetta di condividere lunedì sera - in due ore e più di concerto che si snoderà tra successi come Rotolando verso sud e Mama maè - con la voce di Pau, le chitarre di Drigo e Mac, il basso di Franky, la batteria di Cristiano Dalla Pellegrina.