I no global devastano il cantiere dell’Alta velocità

Il questore: sfasciati molti macchinari

Luciano Gulli

nostro inviato a Venaus (Val di Susa)

Sarà la morfologia del terreno, coi larici, il ruscello, le montagne imbiancate e il fumo dei bivacchi. Sta di fatto che a un certo punto, a stringer gli occhi a fessura, anche per via dei fiocchi che a un certo punto cominciano a cadere copiosi, pare di essere (cavalli a parte, di cui oggettivamente non si è notata la presenza) sul set di un film sugli indiani d’America. La Val Susa come il Wyoming o il Nord Dakota, con le «giacche blu» schierate a difesa del terreno sul quale hanno piantato le bandiere del Settimo cavalleria e gli indiani (gli ex proprietari della terra contesa) che li assediano. Solo che qui la sceneggiatura sembra essere stata scritta da un demente, perché a battere in ritirata, incongruamente, sono le «giacche blu», e a restare padroni del campo, alla fine, sono gli indiani, come a Little Big Horn. Migliaia, decine di migliaia di indiani che alla fine, e senza neppur dare questa gran battaglia, riconquistano la grande spianata dove erano piantati i loro tipee, pardon le loro tende, prima che le «giacche blu» della polizia li facessero sgombrare a manganellate all’alba di martedì.
Strana, scombiccherata e penosa vicenda, questa che ruota intorno al cantiere della cooperativa rossa ravennate che non vede l’ora di far cantare i suoi enormi trapani per saggiare le viscere della montagna. Strana, scombiccherata e penosa perché ieri, dopo due o tre incontri ravvicinati fra manifestanti e forze dell’ordine si è capita una cosa: che qui, se il disegno è davvero quello di scavare questa benedetta galleria a tutti i costi, contro il volere dei valligiani, sarà dura. Anzi, «dura», con la «u» pronunciata alla francese, come gridavano i trentamila che da Susa si sono messi in marcia in mattinata fino a Venaus. Penosa perché alla fine, per ragioni di ordine pubblico assolutamente sensate - siamo d’accordo - polizia e carabinieri hanno scelto di rinunciare alle maniere forti, perdendo volontariamente, per così dire, la partita che avevano vinto martedì. Spettatori inerti, alla fine, dei soprusi e dell’illegalità di quanti, forti del numero, hanno divelto la recinzione che delimita l’area di 35mila metri quadrati del cantiere andando a cucinarsi salsicce e a bere vino sotto gli occhi dei celerini, piuttosto incazzati, che erano in piedi dalle 4 del mattino.
Avanti, a fare da ariete, c’è un migliaio di autonomi e militanti dell’estrema sinistra, dell’area antagonista e di quella anarco insurrezionalista arrivati perfino da Lecce «con il deliberato proposito – come si legge in un comunicato diffuso in serata dal Viminale - di creare disordini e aggredire le forze di polizia». Dietro, però, tutti gli altri, compresi i sindaci che per tutta la giornata si sono sbracciati per tenere bassa la tensione e alla fine si sono messi a fare da cuscinetto tra i più scalmanati e le forze dell’ordine. Ma un sindaco che abbia invitato gli autonomi, o quelli del centro sociale «Askatasuna» di Torino, che arringano la folla con i loro altoparlanti montati su un camion; un sindaco che abbia invitato gli autonomi e gli anarchici a far fagotto, che tanto le loro faccende sono capaci, capacissimi di sbrigarsele da soli, non l’abbiamo ancora visto.
Risultato: 12 carabinieri e 5 agenti di polizia ricoverati in infermeria, con contusioni e ferite (dovute a un robusta sassaiola cui hanno risposto con altrettanto gagliarde manganellate) e un numero imprecisato di manifestanti pestati, compresa la segretaria di Rifondazione comunista della Val di Susa Nicoletta Dosio che ha rimediato una botta sul naso. Incolume, invece, l’europarlamentare Vittorio Agnoletto, leader dei no global i cui occhialini aprivano il corteo partito da Susa. Nel cantiere della Tav, quando a sera si fa il bilancio dei danni di una giornata aspra, convulsa, si contano diversi macchinari e automezzi sfasciati, denuncia il questore di Torino Rodolfo Poli.
Alle 10.30, quando il corteo muove da Susa, l’aria però è quella della festa. Giovani, anziani, signore col pupo, la banda della Val Susa, il cattolico che sullo zainetto ha incollato un’immagine della Vergine e la scritta «Madonna del Rocciamelone aiutaci a lottare senza odiare», i suonatori d’organetto che intonano una «curenta», il ballo dei valligiani, e i «Beati costruttori di pace», con le bandiere arcobaleno. Il primo scontro, verso le 11, al bivio «Passeggeri». Antonio Ferrentino, presidente della Comunità montana, tratta con i poliziotti che sbarrano il passo al corteo. Si decide di far passare il container, montato su un camion, che sarà il punto di ritrovo del presidio di Venaus. Ma quando il cordone si richiude volano sassi e parte il primo corpo a corpo. A questo punto il corteo si divide. C’è chi prende la statale, chi va per sentieri, chi imbocca le mulattiere usate dai partigiani nel ’43. «Bastardi, viva Nassirya», si grida contro l’elicottero dei carabinieri che sorvola a bassa quota i manifestanti.
Alle 12.50 il grosso è a Venaus. I duri travolgono la rete di recinzione, la polizia arretra sparando qualche lacrimogeno. Poi uno stallo di ore, mentre sul pratone riconquistato si accendono i fuochi dei bivacchi. Intorno alle 17, quando la temperatura oscilla intorno allo zero, ma quella avvertita è di meno 64, la gente si disperde. Una fiaccolata, alle 20.30, chiude la giornata. Di restare, a sfidare magari un contrattacco notturno delle «giacche blu», non ha voglia nessuno. Tanto, gongolano Ferrentino e il sindaco di Venaus, Nilo Durbano, quel che volevamo l’abbiamo ottenuto. «Ci siamo ripresi il terreno che ci avevano usurpato». E sono pronti a rifarlo.