I no global guadagnano sulla morte di Carlo A perderci è solo la città

(...) ritratto così come era vestito poco prima di morire, con lo scotch infilato su per il braccio e la felpa legata ai fianchi. Ci sono i filmati sulla verità del G8 e dei fatti accaduti in quella piazza a cui i no global hanno cercato più volte di cambiare nome. E poi ci sono loro, i genitori. Giuliano Giuliani che è lì già dal mattino, controlla che tutto vada per il meglio, sistema gli scatoloni con i plichi dei calendari, dà una mano per mettere in ordine quello che manca e si mette dietro al bancone. Haidi invece con la sua maglietta verde «Senza memoria non c’è futuro» arriva più tardi, dopo pranzo, quando al mercato di piazza Alimonda hanno già esposto il resto della mercanzia. Prosciutto, salame, panini, albicocche, pesche, susine. Vino a un euro, birra a due, un bicchiere di acqua a 0,1.
Ma non doveva essere il giorno della commemorazione di un ragazzo di 23 anni che ha perso la vita dieci anni fa? Ah giusto, le magliette «Critical Wine» vengono 5 euro.
La ragazza dei gadget dietro allo striscione Comitato di Piazza Carlo Giuliani Onlus allunga la mano per raccogliere le «offerte libere», e si volta verso la collega che premurosamente prende nota su un quaderno delle entrate della giornata. Il ricavato - si legge sulla copertina dei libri e dietro al calendario - va al comitato e verrà utilizzato per iniziative di piazza e di solidarietà. Che a ben vedere sono solidali solo per loro, perché per il resto della città rappresentano più che altro un «danno» economico e un disagio. Traffico bloccato, linee dei mezzi pubblici deviate, negozi che chiudono per paura di incidenti. Insomma un disastro.
«Per fare questa festa sa quanti soldi sono stati spesi, tra straordinari della pulizia municipale che hanno dovuto togliere i cassonetti, controlli, polizia e quant’altro? Li ha messi tutti il Comune, cioè noi, mica loro. Sa cosa succede poi? Che vengono da noi a chiederci il ghiaccio per le bibite. Gratis, ovviamente. Mentre lì vendono di tutto». Per chi ha un’attività qui in piazza Alimonda, il giorno della commemorazione di Carlo Giuliani è sempre un giorno difficile. Per il ricordo di quello che è accaduto dieci anni fa, certamente. Per gli imprevisti, perché non si sa mai cosa può succedere con quelle teste calde che spuntano fuori da un momento all’altro, specialmente ora che sono trascorsi dieci anni e spaccano. E per gli incassi. «Ci bloccano il traffico, le macchine non possono passare di qui per tutta la giornata e a rimetterci siamo sempre noi. Abbiamo tre dipendenti da mantenere, paghiamo 70mila euro di tasse l’anno e non ci fanno lo sconto per questi giorni di manifestazioni».
Dicono i commercianti della zona che la polizia gli ha consigliato di abbassare la claire per questi tre giorni di passione e in molti hanno seguito il loro consiglio. Altri no, continuano a combattere all’«arma bianca» per non cedere al ricatto dei violenti e di chi guadagna sulle ricorrenze. «Genova è rossa, ma oggi (ieri, ndr) siam tutti fascisti. La città ce l’ha con questa gente».
Sono quasi le tre del pomeriggio, la piazza si riempie. Qualcuno ha lasciato un mazzo di fiori accanto alla chiesa dove è stato ritrovato il proiettile che uccise Giuliani. Un immigrato gira con un cesto pieno di rose e di girasoli. «Cinque euro un girasole, tre e cinquanta la rosa. Ma se ne prendi due, ti faccio lo sconto». È il business del ricordo.