I no global insultano i morti di Nassirya

Paola Fucilieri

Ore 17.15 di ieri. Eccola là. A caratteri cubitali neri sopra i manifesti del Comune, c’è la solita tristissima scritta: «Contro fascisti e polizia, 10-100-1000 Nassirya». Il corteo rumoroso degli oltre 4mila partecipanti dei centri sociali chiede il rilascio dei 25 autonomi detenuti per aver devastato corso Buenos Aires l'11 marzo per impedire una manifestazione di Forza Nuova. E lo slogan appare lì, lungo la Darsena. Non si può non notarlo: la folla, seguendo il percorso di oltre sei chilometri, sta sfilando veloce, sotto il sole, in viale Gabriele D’Annunzio e, proprio davanti a piazzale Cantore, svolta appunto a sinistra per imboccare corso Cristoforo Colombo. Fino a quel momento era stato il solito corteo dei centri sociali. Musicale, caciarone, rumoroso. Ma più tranquillo di tanti altri. Con i genitori degli arrestati in testa guidati dai deputati del Prc Francesco Caruso e Daniele Farina - ex leader storico del «Leoncavallo» e neo vicepresidente della commissione Giustizia della Camera - e le bandiere di Rifondazione comunista in coda. Da molto prima che apparissero le scritte che inneggiano alla strage degli italiani in Irak - cioè sin da quando il corteo, subito dopo la partenza (il concentramento era previsto in piazza Duomo per le 14.45 ma ci si è cominciati a muovere non prima delle 15.35, ndr) era ancora in via Torino - c'erano state tante scritte. Le vetrine dell'Unicredit e di altri istituti di credito di quella strada erano state subito prese di mira, violate dalle scritte degli autonomi muniti di spray colorati. Gli stessi usati per imbrattare con i muri di molti palazzi lungo un percorso fortunatamente veloce seppur lunghissimo (da piazza Duomo fino a piazzale Aquileia, passando da corso di Porta Ticinese, dalla Darsena, da viale Coni Zugna per raggiungere il carcere tagliando viale Papiniano). Gli autonomi hanno scelto invece la vernice bianca per gli slogan sull'asfalto, in particolare in corrispondenza degli attraversamenti pedonali. Poco dopo aver lasciato la scritta ironica «Pm Vitello arrosto» sulle mura di corso di Porta Ticinese (contro il magistrato Salvatore Vitello «reo» di aver chiesto e ottenuto, dalla Procura di Roma, la chiusura del sito web dei Centri, Indymedia, ndr) qualcuno aveva rotto il lunotto di una vettura parcheggiata all'angolo tra piazza XXIV Maggio e viale Gabriele D'Annunzio; più tardi altre mega scritte colorate siglate dal simbolo dell'anarchia deturperanno le sette vetrine del Coin di viale Coni Zugna («Per voi non c'è domani, liberi/e tutti, dentro nessuno, solo macerie» alternate ad altre, volgari ma decisamente più innocue del tipo «Che c.... ce ne frega») e due della Popolare di Milano (morte al fascio! Articolo 18 per tutti! ), mentre giunti alla meta del corteo, poco dopo le 18, in piazzale Aquileia, sulle mura del carcere di San Vittore, annebbiato dai fumogeni, apparirà un «Galesi vive», slogan affiancato dalla pur sempre inquietante stella a cinque punte delle Brigate Rosse. Tuttavia è l'inno alla strage in Irak a restare sospeso nell'aria come un macabro avvoltoio dall'artiglio invisibile ma sempre pronto a colpire. «La Procura di Milano, che certo non si può considerare “di Destra” ha considerato gli arrestati socialmente pericolosi - fa notare il vicesindaco Riccardo De Corato -. Del resto che dire di questi personaggi che, sempre lo scorso 11 marzo, con i loro razzi, secondo le analisi del Ris di Parma, avrebbero potuto uccidere? Cosa dire di chi sfida ben 4 livelli di magistratura (Pm, Gip, Gup e Tribunale del riesame)? Posso solo promettere, per ora che, con l'ausilio delle telecamere, cercheremo d'individuare i responsabili degli imbrattamenti per poi denunciarli».