I nomadi di via Negrotto tra piscinette e chalet: «Per vivere costruiamo viti»

Perlomeno non sono stati presi a sassate, come era successo in via Martirano qualche settimana fa. Alcuni membri della commissione comunale sui servizi sociali e la sanità, capitanati dal presidente Laura Molteni, hanno eseguito un sopralluogo ieri mattina presso il campo nomadi di via Negrotto, l’ultimo sui nove considerati in regola.
Ci abitano, tra roulotte, una piscinetta e un paio di chalet, 140 rom di nazionalità italiana, residenti a Milano fin dal 1968. Secondo loro non ci sono mai stati episodi di protesta da parte degli abitanti della zona - Villapizzone -, ma solo dei piccoli screzi con una scuola lì accanto, perché alcuni piccoli rom ci avevano buttato dentro qualche rifiuto. Alla domanda: «Come riuscite a mantenervi?», rispondono candidamente, ma allo stesso tempo goffamente, che «costruiscono viti». Appena fuori dal campo ci sono decine di carcasse bruciate di motorini, ma i nomadi cadono dalle nuvole: «Non sappiamo niente, non sono nostri».
«Sta diventando una costante. I numeri che ci sono forniti sulla popolazione nomade nei campi sono sempre inferiori alla realtà», protesta Laura Molteni.
«È incredibile - prosegue il presidente della Commissione, che annuncia di voler intraprendere un’iniziativa di controllo su tutte le situazioni di campi nomadi non in regola -: questi sono comunque cittadini italiani, ma non rispettano né i diritti né i doveri che si trovano nella costituzione. A prescindere dalla differenza di religione o di etnia, il fatto È che questa gente non ha la minima voglia di integrarsi», E conclude: «Torneremo anche in via Triboniano prima dello sgombero e in Bonfadini».