I nostri pranzi al disinfettante

Uno dei momenti più tristi della già meschina vita quotidiana in una grande metropoli è il pranzo al bar. Si divide, in genere, in due categorie: pranzo in piedi oppure pranzo seduti a minuscoli tavolini distanziati l’uno dall’altro di non più di un paio di centimetri (tra tutti gli stili di vita dei parigini questo è il peggiore, e noi lo abbiamo prontamente importato). Durante la bella stagione il tavolino può essere collocato sul marciapiedi e si può quindi godere del privilegio di fare colazione a stretto contatto con gli innocui scarichi degli antiparticolati e con vista sui depositi dei simpatici quadrupedi.
Che si mangi in piedi o seduti, all’interno o all’aperto, non cambia il menù: si va dai panini preparati alle sette del mattino - e da quell’ora accatastati sul bancone in modo che tutti i mini-sputi involontari di baristi e clienti abbiano potuto depositarsi su di essi, e in modo che il tonno abbia avuto il tempo di diventare nero, la mozzarella gialla e l’orribile salsa rosa grigia - alle penne e ai ravioli da scaldare, irrigidire e rinsecchire nel microonde. Tutti potenziali uppercut al fegato che il manager in pausa pranzo si illude di controbilanciare con una spremuta d’arancio o una macedonia: è la sua botta di salutismo.
Tutto questo è la deprimente realtà quotidiana per milioni di individui. Ma per quanto possa sembrare impossibile, la situazione può addirittura peggiorare. Accade quando ci si imbatte appunto nel barista improvvido, in quello maldestro, in quello che considera il cliente non come una risorsa ma come una rottura di balle.
A quest’ultimo gruppo appartiene senz’altro un esemplare di barista in rapida ascesa: il maniaco del Glassex. Entra in azione quando ti presenti al bar appena oltre l’orario canonico del pranzo, diciamo verso le due e mezzo-tre. Se chiedi una piadina e una birra piccola, ti serve senza indugio e perfino con buona educazione. Ma subito dopo fa scattare la ritorsione per lo sforamento di orario. Comincia a spruzzare su ogni superficie possibile e immaginabile seguendo una precisa strategia di accerchiamento: comincia dallo specchio per arrivare alle sedie e ai tavolini, avvicinandosi sempre di più a quello dove stai mangiando. Contemporaneamente, un altro collega afferra lo spruzzino e comincia a passare bancone, vetri, vassoi. Il segnale è chiaro: se non vuoi mangiare prosciutto e ammoniaca, la prossima volta presentati prima.
Alla categoria del barista improvvido appartiene invece un altro tipo umano, esso pure molto diffuso. Il suo problema è quello della mancanza di sincronia. Si manifesta pienamente al momento del cappuccino con la brioche. Tu chiedi un cappuccio e afferri un croissant; lui versa il caffè nella tazza grande e comincia a roteare il bricco del latte aspettando che tu abbia sferrato il primo morso per chiedere: «Lo vuole con il cacao?». A quel punto sei condannato: o parli con la bocca piena, o devi esprimerti a gesti. Ma i gesti sono già complicati in partenza, perché la consumazione del cappuccino con la brioche è resa problematica da un altro comportamento del barista improvvido: il non aver messo a disposizione un piattino sul quale appoggiare la brioche. Ogni mattina milioni di supermanager abituati a spostare milioni di euro con una telefonata si trasformano in Fantozzi nel momento in cui devono mettere lo zucchero nel cappuccino; lo zucchero ormai è solo in bustina, per aprirne una ci vogliono due mani, nel frattempo dove appoggio la brioche?
Il barista maldestro ha invece uno spettro di azione praticamente infinito. La sua specialità è quella di scaldare nella piastra, insieme con il panino, anche il prosciutto crudo, ma il momento in cui non sbaglia un colpo è quello dell’ordinazione: per la naturale a temperatura ambiente arriva immancabilmente la gasata fredda, per la gasata ambiente la naturale da frigo. In caso di ordinazioni collettive di caffè, il caos è garantito. Ma qui forse siamo noi clienti a complicare la vita al barista: in un Paese ormai bipolarizzato, il caffè è rimasto l’unico caso di multipartitismo: macchiato caldo, normale, senza zucchero, lungo, ristretto, marocchino, in tazza grande, con un po’ di latte freddo a parte.
Michele Brambilla
(P.S. per il bar di sotto, quello dove vado ogni mattina: scherzavo, naturalmente).