«I nostri programmi sono una centrifuga che ci appiattisce»

Un grande «centrifugato» in cui realtà e tv, starlette e aspiranti tali, modelli e cloni si sovrappongono perfettamente in un gioco di rimandi infallibile che determina cosa esiste e cosa no. È quella che Edmondo Berselli chiama «realtà tivuizzata» in un intervento sull’Espresso in cui l’editorialista di Repubblica propone, come via di fuga da questa melassa alienante, una moratoria, una resistenza culturale che potrebbe partire proprio da una tv più «aperta». Berselli, autore del recente Adulti con riserva - Com’era allegra l’Italia prima del ’68 (Mondadori, pagg. 180, euro 16.50), conduce oltre a firmarlo come autore, Su al Sud su Raidue, un programma che racconta l’Italia facendo ampio uso di materiali dell’archivio televisivo.
Berselli, ma quando siamo caduti dentro questa realtà tivuizzata?
«La realtà tivuizzata esplode con il dilatarsi dell’offerta televisiva a partire dagli Anni ottanta. L’effetto sulla società italiana è fortissimo. Cambia tutto e la tv ha un ruolo formidabile perché da un lato intercetta il cambiamento e dall’altro lo riflette di nuovo sulla società stessa, con la creazione di un’estetica televisiva che rafforza i comportamenti visti in tv. Per stare dentro la tv ci sono dei codici da rispettare, e questi a poco a poco diventano di uso comune».
Ma non è un effetto inevitabile della tv come mezzo di massa?
«Il punto è che nella tv del passato c’era un solo canale, poi solo due. Adesso nei game show della sera i concorrenti sono più simili ai personaggi della tv che alle persone della strada. Non essendoci più la necessità di saper fare qualcosa, allora tanto vale prendere ragazze belle, ragazzi palestrati. Un quiz ormai assomiglia più ad Amici di Maria de Filippi che a Rischiatutto. Questa è la realtà tivuizzata».
La moratoria come la intende, tenere la tv più spenta?
«Non lo so, io la tv la tengo già spenta abbastanza. Non si può pretendere di migliorare la società, ma magari migliorare la tv può essere un programma non dico politico ma almeno culturale per l’Italia».
Quindi questa liberazione può partire dalla tv stessa, dal suo interno?
«Oggi la tv presenta dei modelli comportamentali secondo cui chiunque può far tutto purché sia presentabile in tv dal punto di vista estetico. Non c’è nessuna dichiarazione di intenti sulle professionalità. Se si vede la tv di fine Anni cinquanta inizio sessanta si trova una qualità tecnica e professionale enorme. Questo mi induce a pensare che oggi il riscatto della tv non passi attraverso il servizio pubblico o le trasmissioni culturali, ma da un inserimento di capacità e professionalità anche nei programmi di intrattenimento normali».
Per questo nel suo «manifesto» per una nuova tv lei non usa mai il termine «spazzatura»?
«Perché si può far bene anche la tv spazzatura. La tv buona non è quella intelligente, ma quella di qualità. Il problema principale oggi è scomporre la rigidità dell’offerta tv, che crea un universo concentrazionario di intrattenimento e pubblicità in cui tutto è uguale».
Ma non è invece che i telespettatori vogliono proprio questa tv?
«No, non credo. È molto cambiato il modo di guardare la tv. I programmi vengono “agganciati” per poco e poi si passa ad altro. Quindi, se la tv non si decostruisce è il telespettatore che la smonta per pezzi. La tv generalista è particolarmente arretrata, nel senso che è fatta in modo tale da essere rigida. Se la tv non è flessibile, è uno strumento superato. Noi tutti viviamo in una realtà in cui l’informazione, la musica, l’intrattenimento sono un flusso continuo. Ci siamo abituati alla sorpresa, c’è bisogno di non sapere cosa c’è dopo. Se questo è vero, allora la tv è una specie di totem immutabile».
Ma una tv flessibile, scomponibile, non produrrebbe altri modelli tivuizzanti?
«Ne produrrebbe molti di più forse rispetto a quelli attuali. La società italiana ha fatto tutto il possibile per adeguarsi a pochi modelli, mettendosi quei vestiti, facendosi quelle abbronzature, adeguandosi al calciatore e alla velina, alla pupa e al secchione, quando in realtà ne rimangono fuori molti altri. Sono sempre fiducioso nella creatività della società. I modelli che non trovano spazio in questa tv potrebbero trovarlo se ci fosse un’offerta più diversificata».
Non sarebbe un «centrifugato» di post modernità anche quello?
«Ecco, che il centrifugato diventi centrifugato davvero, non perché mette insieme i modelli e ne fa venire fuori uno solo, ma perché scompone tutto e ognuno si prende quello che vuole. Dobbiamo essere noi a usare la tv e non la tv a usare noi».