I nostri registi troppo snob per girare fiction d’autore

Certo fa sempre un po’ di effetto e genera non poca invidia leggere le notizie relative alle serie tv americane. Quelle che oramai - lo dicono in tanti - sperimentano più cinema del cinema stesso. Insomma i prodotti televisivi che spesso stanno una spanna sopra quelli cinematografici. Grazie anche ai grandi registi di Hollywood che si mettono in gioco. Per dire, David Lynch già nel lontano 1990 aveva firmato il capostipite di successo di tutte le serie possibili e immaginabili, I segreti di Twin Peaks. Vent’anni dopo, a cimentarsi con la serialità sperimentandone forme e contenuti, sono colleghi del calibro di Martin Scorsese con Boardwalk Empire alla seconda stagione, di Michael Mann (che già aveva collaborato a serie mitiche come Starsky & Hutch e Miami Vice) con Luck ambientata sul mondo dei cavalli (protagonista Dustin Hoffman dal 29 gennaio sul canale americano Hbo), di Gus Van Sant con Boss sul potere del sindaco di Chicago, di Steven Spielberg con i dinosauri di Terra Nova (pochi giorni fa su Fox è andato in onda l’ultimo episodio). Ma se negli Stati Uniti ormai è la regola, qui in Italia che cosa succede?
Nell’epoca lontana in cui in tv prestavano ingegno e mettevano anche la faccia geni come Alfred Hitchcock e Orson Welles da noi rispondevano altri grandi cineasti come Roberto Rossellini ma anche Bellocchio, Loy, e più recentemente Lizzani e i Taviani. Oggi invece, tranne qualche caso sporadico, sembra essersi consumata una cesura incolmabile tra cinema e tv, tra registi - al pari degli attori (ma questa è un’altra storia) - che fanno cinema e quelli che si occupano di tv (più unico che raro l’inedito percorso di Stefano Sollima che dal televisivo Romanzo criminale il 27 gennaio sarà al cinema con ACAB - All Cops Are Bastards).
Naturalmente i primi vengono considerati di serie A e gli altri... Così saltano agli occhi i casi sporadici di Marco Tullio Giordana che ha fatto epoca con la sua Meglio gioventù. Un’ottima fiction che - forse proprio per questo verrebbe da dire - la Rai ha faticato a mandare in onda. E infatti il racconto di 40 anni di storia patria prese prima la via del festival di Cannes, dove vinse nel «Certain Regard», poi quella delle sale e infine quella dell’ammiraglia della tv pubblica. La vicenda è stata malamente replicata nel 2010 con Sanguepazzo sempre dello stesso regista su Osvaldo Valenti e Luisa Ferida, i due divi del ventennio fascista. Il piccolo schermo è infatti così poco abituato a prodotti di livello cinematografico che quando ha tra le mani grandi film, come Rai Uno con la miniserie Le cose che restano di Gianluca Maria Tavarelli nel dicembre 2010, lo programma contro Il grande fratello. Poi certo ci sono i tentativi sperimentali e riusciti di Sky con la serie poliziesca Quo vadis, baby? diretta da Guido Chiesa, il bravo Enzo Monteleone che fatica a fare cinema e firma per Canale 5 Il capo dei capi, nelle medesime condizioni Eros Puglielli che ormai sperimenta solo in tv, mentre prossimamente, sempre per Mediaset, l’apprezzato Alessandro Angelini (autore di L’aria salata) dirige Il clan dei camorristi.
Ma certo, con tutto il rispetto, non si tratta propriamente dei corrispettivi di Spielberg, Scorsese o Lynch. Sembra che da noi i grandi maestri non vogliano sporcarsi le mani nel solco, probabilmente, della poca considerazione della sinistra storica verso i prodotti tv. Ma l’eclettico Roberto Faenza, che ha da poco proposto su Canale 5 un’ottima ricostruzione de Il delitto di via Poma, ha un’altra opinione: «La tv italiana, salvo rare eccezioni, è ferma agli anni Cinquanta: preti, carabinieri, forze dell’ordine, tutti santi. Qualche fiction strappalacrime, qualche tentativo di innovazione. In questo clima i registi di film si sentono estranei. Aggiungi che mentre al cinema l’autore conta più del produttore, in tv è il contrario: il direttore di rete detta legge al regista. Penso che i registi dovrebbero essere più combattivi per cambiare lo stato delle cose e imparare la lezione americana».
Tra i big solo il prolifico Pupi Avati, che ha da sempre frequentato il piccolo schermo (Jazz Band è del 1978), è sul set per raccontare in Un matrimonio, con Micaela Ramazzotti e Christian De Sica, mezzo secolo di storia italiana - dal ’48 ad oggi - che verrà trasmessa da Raiuno in sei parti. Il regista bolognese è l’unico a scommettere sulla tv, anche da un punto di vista teorico: «La fiction rimane l’unico mezzo in grado di incontrare il paese reale. Cosa che il cinema, ormai sempre più destinato ad una élite culturale, non è più in grado di fare».